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Prima il mio video giorno 17 a 19:
Giovedì 06.08.
260 km / 2.500 m di dislivello
Leskovik al mattino
Quando suona la sveglia e mi strappa ai miei sogni, sento già il mio vicino di camera che sta partendo e mi viene un po’ d’ansia. Ma rifaccio i conti: non c’è bisogno di affrettarsi. Il confine dalla parte albanese apre alle 7, quello greco solo alle 8. Ci sono 14 chilometri tutti in discesa. Verso le cinque e mezza mi sento quasi riposata, mi concedo ancora una doccia – probabilmente la prossima sarà solo dopo l’arrivo – e mi preparo con calma. Vado dalla bici e comincio a sistemare le borse. Ai miei piedi vedo un piccolo batuffolo nero. Lo spazzo via con la mano: non vorremo mica lasciare sporco in giro. Ma guarda un po’: il batuffolo comincia a muoversi e una parte si dirige proprio verso la mia mano. Guardo meglio: uno scorpione, con il pungiglione velenoso ben sollevato in segno di minaccia. Ci mancava solo questo.

Porto la bici giù per le scale fino all’uscita di emergenza, come ci era stato spiegato. Fuori, in mezzo a uno stormo di galline, faccio ancora un po’ di manutenzione alla catena e controllo la pressione delle gomme. Solo allora noto la ripida scala metallica. Oddio, come farò a portare su quel peso enorme? Salgo centimetro dopo centimetro, sudando, cercando continuamente di mantenere l’equilibrio per evitare che la bici scivoli all’indietro.

Dalla direzione della sala arrivano frammenti di conversazioni animate. Un gruppo di poliziotti si sta godendo il caffè del mattino e la prima sigaretta. Ah, ecco perché il proprietario mi aveva detto che potevo tranquillamente lasciare la bici fuori. Altrimenti, dopo quella lunga scala simile a una scala a pioli, sarei già stata stanca e fradicia di sudore prima ancora di partire.
Un caffè lo ricevo anch’io. Scambio due parole con le guardie di frontiera, che osservano con stupore la mia impresa, e poi parto finalmente in discesa.

Sono ancora tutta felice di aver raggiunto in tempo l’ultimo checkpoint, anche se il giorno prima era stato davvero per un pelo. Intorno a me si apre uno scenario magnifico sulle montagne albanesi. Solo più tardi, facendo qualche ricerca, scoprirò che quella che si vede in molte fotografie proprio dietro Leskovik è il Melesin, che si trova immediatamente a ovest della città. Più lontano si innalza il Gramoz, con i suoi 2.523 metri la montagna più alta della zona. Anche verso sud davanti ai miei occhi si estende un paesaggio montuoso e boscoso. Bellissimo! Qui ci vorrebbe proprio il tempo per andare a camminare in montagna.
Prima del confine c’è già un gruppo piuttosto numeroso. Alcuni di noi e diversi volontari che stanno partendo anche loro in bici verso Kalamata. Chiacchiere animate. Probabilmente siamo tutti felicissimi: da qui non manca poi molto.
Le formalità di frontiera si sbrigano rapidamente e continuo a pedalare verso la Grecia. A quanto pare, le guardie di frontiera non si attengono agli orari ufficiali e sono già al loro posto.

Poco dopo compare, enorme, una scritta spruzzata sulla strada: ancora 500 chilometri. Probabilmente chi l’ha dipinta voleva tranquillizzarci. In realtà ne mancano ancora più di 600. Alla prima salita della giornata, il meccanismo nel mio cervello riparte in loop: 600 chilometri divisi su quattro giorni, sono solo 150 chilometri al giorno! I 6.700 metri di dislivello mancanti, distribuiti sui quattro giorni… Il cuore mi fa un salto: adesso posso pedalare con tutta calma e dormire benissimo per le prossime tre notti. Evviva!
La mia euforia dura al massimo fino alla telefonata con Hermann. «Perché quattro giorni? Il tempo limite non è sabato, non domenica?» Ah. Già. Così, per qualche ora, avevo pedalato con una leggerezza nelle gambe piuttosto insolita. Ora che mi ritrovo davanti alla terribile realtà, pedalare torna improvvisamente a sembrare molto più faticoso.
Inoltre il sole comincia già a picchiare parecchio. Ancora una sosta a una fontana, poi gli altri spariscono e io pedalo da sola su per la salita successiva.

C’è qualcosa in mezzo alla strada. Metà di un pallone da pallamano? Freno bruscamente. Un guscio di tartaruga! Proprio in mezzo alla strada. Operazione di salvataggio. E se arrivasse una macchina proprio adesso? Raccolgo con cautela la tartaruga: ha già ritirato la testa e le zampe nel guscio. La porto delicatamente sul bordo della strada, al sicuro dal traffico. Meglio non rischiare. Poi posso ripartire.
Ma la prossima discesa è già in vista, così come il prossimo punto fisso della mia pianificazione.

Un consiglio: su una distanza così lunga non bisogna mai avere davanti agli occhi l’intero percorso. Cinquemila chilometri e una quantità infinita di dislivello sarebbero semplicemente troppo per la testa. Quindi il mondo si restringe al prossimo obiettivo raggiungibile – nel mio caso, preferibilmente alla prossima pasticceria.
Ed è proprio lì che ritrovo una parte dei concorrenti che stanno ancora cercando di arrivare alla festa dei finisher.
Da Kalpaki, probabilmente, scelgo di nuovo una strada solitaria, quella che non sceglie praticamente nessun altro. Il mio percorso presenta alcune salite piuttosto cattive sotto il sole cocente. In un piccolo paese prima di Ioannina il caldo diventa troppo. Sogno dell’acqua per rinfrescarmi. E dietro una recinzione appare finalmente l’oggetto del desiderio: un tubo da giardino!

Dall’altra parte della strada ci sono alcune case. A quale di queste apparterrà il parcheggio? Sento delle voci provenire da un giardino, appoggio la bici all’ombra e mi incammino in quella direzione gridando: «Hallo!». Una donna viene al cancello. Con il mio inglese piuttosto scarso cerco di spiegarle che ho urgentemente bisogno di acqua per rinfrescarmi. Bingo! È casa sua e mi apre. Facciamo ancora un po’ di conversazione. Per questo bisogna pur trovare il tempo. Poi scompare per un momento e torna con tre lunghi cetrioli sottili. Una vera delizia, che mangio durante il viaggio insieme agli ormai onnipresenti Oreo.
La signora, tra l’altro, è insegnante in Bulgaria, quindi, in un certo senso, una collega. Mi spiega anche come arrivare a Ioannina senza dover percorrere la strada principale, molto trafficata. Naturalmente le indicazioni non mi rimangono in testa, ma tanto il mio percorso passa comunque in mezzo al nulla. Anche adesso. Solo che ora attraverso le periferie polverose della città e, dopo poco, ho di nuovo i vestiti da ciclismo completamente asciutti. È quindi ora di una nuova sosta per l’acqua.

E la trovo. Con la coda dell’occhio vedo una coppia anziana in un giardino. Lei ha in mano il tubo dell’acqua. Lui sta proprio uscendo dai suoi pantaloncini con le bretelle. Io, però, sono già in arrivo. Una situazione un po’ imbarazzante, ma per fortuna sotto non è completamente nudo. Tiene comunque pudicamente il suo indumento davanti a sé mentre dà alla moglie non so quale istruzione. Mentre faccio la mia «doccia», lei torna con una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo e… un cetriolo enorme! Non posso certo essere ingrata: lo infilo anche questo nella borsa, ringraziandola calorosamente.
Supero Ioannina su una pista ciclabile parallela alla superstrada e faccio una piccola sosta per mangiare e concedermi un powernap. Poi inizia una lunga discesa, quasi 70 chilometri fino ad Arta.
All’inizio, dalla mia scelta di percorso solitaria, finisco ancora una volta su una strada molto trafficata. Si sale e i camion, soprattutto quelli lunghi con diversi assi, mi sfrecciano accanto facendo un rumore infernale. Quando finalmente comincia la discesa, però, la strada è abbastanza larga da permettere a tutti gli utenti di avere il proprio spazio. Attraverso la profonda valle del fiume Louros verso sud. Lungo il percorso mi fermo in una graziosa pasticceria e mi rimetto in forze con un gelato fatto in casa. Buonissimo!
Poco prima dell’antico acquedotto di Nicopoli noto, molto al di sopra della strada, una grande apertura naturale nella roccia. L’acquedotto, invece, quasi non lo noto affatto. Probabilmente sono troppo impegnata ad accumulare chilometri per preoccuparmi di costruzioni vecchie di duemila anni.

Ad Arta non può mancare una sosta fotografica presso l’antico ponte sull’Arachthos. È considerato il ponte storico più famoso della Grecia ed è già menzionato in epoca antica. Poi chiedo indicazioni per arrivare a un supermercato e mi concedo una lunga pausa per fare la spesa e mangiare. Mi vergogno quasi un po’: con la mia bici sporca e completamente carica e i vestiti ormai tutt’altro che puliti, mi sento un po’ come una donna senza tetto che si porta dietro tutta la casa. Ormai è quasi sera e devo prima di tutto ritrovare la strada per uscire dal centro.
Continuo verso sud. Presto pedalo lungo il Golfo Ambracico. Dopo tutte quelle montagne, gole e salite, vedere finalmente l’acqua è una piacevole variazione – anche se naturalmente questo non significa che la strada diventi automaticamente più pianeggiante.
Uno splendido tramonto sopra questa laguna del Mar Ionio: un momento in cui persino la Lumaca dimentica per qualche istante che davanti a lei ci sono ancora chilometri da percorrere.
Nei pressi di Amphilochia lascio la costa e torno verso l’interno. Una breve ma brutale salita mi fa incontrare di nuovo Oliver. Lui vuole continuare senza fermarsi. Io invece ho ancora in programma una breve pausa per dormire, da qualche parte, possibilmente qualche chilometro prima di Antirrio. Il mio piano è ripartire presto al mattino, prendere il traghetto e poi rimettermi in marcia nel Peloponneso.
Al crepuscolo comincia la storia dei cani. Per tutto il giorno ne avevo incontrati pochissimi, ma ora improvvisamente aumentano: prima o dopo ogni centro abitato. E questi animali non sono affatto flemmatici come quelli che ho incontrato in molte zone dei Balcani. Sono imprevedibili e improvvisamente si lanciano verso di me, con i denti scoperti, ringhiando o abbaiando. Più volte mi sorprendono completamente e mi strappano ai miei pensieri. Un attimo prima sono immersa nella mia modalità mentale da TCR e quello dopo, dal nulla, compare di nuovo un cane e mi riporta bruscamente alla realtà.
Per qualche chilometro la bici scorre benissimo, poi devo svoltare a destra su una strada secondaria. E nello stesso momento mi accorgo che non scorre più così bene: qualcosa sfrega. Mi fermo, scendo dalla bici e provo a far girare liberamente la ruota anteriore. Niente. Dopo mezzo giro si blocca. Strano.
Accanto a me, dietro una grande cancellata, un cane non apprezza affatto quello che sto facendo. Così cerco un posto dall’altra parte della strada, vicino a un muro. Prima di tutto telefono a Hermann e, dopo la sua diagnosi a distanza, mi consiglia di smontare la ruota anteriore. Darle una pulita e rimontarla. Si può fare.
Poi mi accorgo che anche la ruota posteriore non gira proprio come dovrebbe. Ora capisco anche perché già dal mattino andare avanti mi era sembrato un po’ più faticoso del solito. Tolgo tutte le borse. Al buio, alla luce della lampada frontale, tutto diventa piuttosto complicato. Smonto la ruota, pulisco alla meglio le pastiglie dei freni, rimonto tutto, ripreparo le borse e spero di non aver dimenticato qualche piccolo pezzo. Sembra andare meglio di prima. Meglio non guardare, sentire o ascoltare troppo attentamente. Avanti. Alla luce del giorno dovrei forse sostituire le pastiglie posteriori.
Continuo nel buio, passando davanti al cane da guardia ringhiante, che si calma solo quando sono ormai parecchi metri lontana.
La zona diventa sempre più deserta. Nessun essere umano, nessuna macchina, niente. Sarò davvero sulla strada giusta? Forse prima avrei dovuto andare dritta? Inoltre il percorso va avanti e indietro in modo piuttosto confuso. Ho perso l’orientamento da un pezzo. Per un breve tratto torno su una strada più trafficata, poi di nuovo attraverso piccoli villaggi.

E poi succede. Senza alcun preavviso, alcuni cani saltano fuori dai cespugli proprio davanti a me, ringhiando e abbaiando minacciosi. Vengo strappata dai miei sogni a occhi aperti e salto giù dalla bici più velocemente che posso. Quel bestione da 22 chili mi trascina a terra. Cado all’indietro e atterro sul mio zaino idrico quasi pieno. La chiusura si apre per la pressione improvvisa, l’acqua schizza in un getto attraverso la strada e il resto si riversa tutto addosso a me. Sono completamente fradicia.
Quello che durante il caldo del giorno avrei trovato fantastico, ora, nel fresco della notte, è semplicemente sgradevole. Comincio a imprecare come uno scaricatore di porto. I cani restano immobili e mi guardano completamente sbalorditi. Risalgo in sella e riparto imprecando. Da sola!
E adesso? In realtà volevo ancora fare almeno 30 chilometri. Però dovrei cambiarmi. Sono furiosa. È quasi mezzanotte. Sto passando proprio accanto a un uliveto. D’istinto decido di svoltare, entro e spingo la bici un po’ più indietro. Il posto ideale per piantare la tenda. Un tronco nodoso fa da portabici. Il terreno accoglie facilmente i picchetti. Che cosa si può desiderare di più?

I cani che abbaiano in lontananza e annunciano la mia presenza ormai non mi disturbano nemmeno più. A quest’ora nessuno verrà certo a mandarmi via.
In tutto resterò qui per due ore e mezza. Questo significa che potrò dormire poco più di un’ora e mezza, poi bisognerà smontare tutto. Nel frattempo mi «gusterò» la mia lattina di cappuccino. Tutto come sempre.
Venerdì, 07 agosto
220 km / 1700 m di dislivello
È ancora buio quando devo ripartire. Pedalo mezzo addormentata. Non passano nemmeno dieci minuti e sono già completamente sveglia: i primi cani decidono che è loro compito farmi accelerare. Terribile. Il livello di stress sale in una frazione di secondo. Mi prometto che in Grecia non andrò mai più in bicicletta.

Sono infastidita e tesa, e manca anche qualcosa che possa risollevare il morale. Eccola lì, a quest’ora improbabile del mattino: un bar aperto. Il caffè e qualcosa di dolce risvegliano i sensi e soprattutto l’attenzione necessaria per reagire quando compariranno i prossimi cani. Ripenso all’Albania, quando avevo sorriso vedendo un altro corridore portarsi dietro un bastone. Oggi uno così mi sarebbe stato davvero utile.
L’alba arriva lentamente e i primi camion sfrecciano accanto a me. Staranno andando anche loro nel Peloponneso?

Poi, oltre il bordo della costa, appare il mare aperto. Bellissimo. Colori che vanno dal malva all’arancione. In lontananza vedo Antirrio da una parte dello stretto che conduce al Golfo di Corinto e Rio dall’altra. E tra i due la spettacolare ponte Rio–Antirrio, con i suoi cavi disposti a ventaglio che brillano nella luce del mattino. La sua costruzione, all’inizio degli anni Duemila, fece molto parlare di sé, perché per lungo tempo si era ritenuto quasi impossibile costruire un ponte in una zona sismica sopra uno stretto largo 2,5 chilometri e profondo 65 metri, senza un fondale stabile.
Io però non posso attraversarlo. Il ponte appartiene alle Banned Routes, probabilmente a causa dei forti venti laterali che a volte soffiano qui. Devo quindi prendere il traghetto.

Salgo senza perdere tempo e, con piacevole sorpresa, ancora una volta non devo pagare nulla. Appoggio la bici alla parete del traghetto. C’è perfino una solitaria sedia di plastica che occupo immediatamente e preparo la mia seconda colazione: feta, cetriolo, kefir e pane. In realtà non ho fame, ma il pane secco deve pur scendere in qualche modo, così lo accompagno con il kefir.

Partiamo. Una rapida lavata e poi mi incanto a osservare gli enormi piloni del ponte che scorrono accanto a noi, con il sole che sorge alle loro spalle. Un panorama da cartolina. Uno sguardo all’app del tracker: c’è un altro traghetto che viaggia parallelo al nostro e vedo anche lì un puntino. Arriviamo quasi nello stesso momento, poche parole e poi ognuno riprende la propria strada.
Naturalmente riesco ancora una volta a complicarmi un po’ il percorso e faccio un giro attraverso Rio e poi Patrasso prima di trovare finalmente la strada costiera. A destra e a sinistra solo aziende e capannoni. Nessun negozio, nessun forno.

All’improvviso sento più voci che gridano: «Gabi!». Sto avendo delle allucinazioni? Dall’altra parte della strada c’è davvero un gruppo di persone che mi saluta e mi applaude. Una persona attraversa la strada, mi porge una bottiglia d’acqua e mi spiega che mi aspettano dalla sera precedente. Racconto della mia pausa-sonno improvvisata dopo l’attacco dei cani. Un selfie con me e il proprietario del “Busy & Bee Café” immortala il momento, poi devo ripartire. Sono di nuovo piena di motivazione.
La sensazione però dura poco. Il traffico intenso, che mi sfiora a pochi centimetri, mi mette subito di nuovo sotto pressione. Se solo avessi saputo quanto peggio sarebbe diventata la situazione.
Poco dopo trovo finalmente la mia terza colazione: un fournos, una specie di panetteria greca. È un locale piuttosto elegante e, nel mio stato ormai decisamente trasandato, attiro parecchia attenzione. Mi scuso e spiego ancora una volta cosa sto facendo. Stupore. Poi un’altra rapida lavata, come se potesse ancora fare una grande differenza. Ma almeno non mi sento più così appiccicosa.
Poi la situazione peggiora davvero. La strada sembra una specie di autostrada; quella vera, vietata, corre parallela. Questa è quasi sempre a tre corsie. Se va bene, dalla mia parte ce ne sono due e il traffico opposto deve accontentarsi di una. Ma la sensazione è comunque quella di pedalare sempre in mezzo alla carreggiata.
Le corsie sono separate da sottili paletti flessibili di plastica. La mia parte di strada è stretta. Le auto riescono a superarmi abbastanza bene, i camion molto meno. Quando ne sento arrivare uno, mi fermo. Se va bene, suonano il clacson e riesco a schiacciarmi il più possibile sul bordo. Se non lo fanno, guai: nessuno frena. Il battito sale alle stelle, anche se la strada è completamente pianeggiante.
E nonostante sia ancora mattina, il caldo è già soffocante. Ogni pochi chilometri entro in una stazione di servizio. Una volta approfitto persino di un irrigatore per il prato; altrimenti uso i bagni o i rubinetti esterni per rinfrescarmi. Devo sfruttare ogni occasione.
E poco dopo la terza colazione arriva la quarta, oppure potremmo chiamarla un pranzo anticipato, in una stazione di servizio sul lato opposto della strada. Il mio “menù” è piuttosto particolare: mezzo metro di baguette farcita, limonata, latte al cioccolato, succo d’arancia, latte macchiato e qualcosa di rosso, trasparente e tremolante. Da bambina lo mangiavo spesso: gelatina.
Rifornisco l’acqua e, nel tentativo di trasformare un bagno in una doccia improvvisata, riesco ancora una volta ad allagare tutto.

Quando riparto devo fare attenzione a non prendere la direzione sbagliata. Mi mancherebbe solo tornare a Patrasso.
Ho l’impressione di avanzare lentissimamente in questa pianura costiera del Peloponneso. Ora posso finalmente evitare a tratti la strada principale e passare attraverso piccoli paesi, procedendo quasi a zig-zag: un villaggio, poi attraversare la strada principale, un altro villaggio. Il vantaggio è che ogni tanto trovo una fontana o un tubo da giardino. Devo sfruttare ogni occasione.

Davanti a una piccola officina mi fermo e chiedo acqua – non da bere, ma da versarmi addosso. Il meccanico, probabilmente il proprietario, chiama sua figlia. Lei parla un po’ d’inglese, più o meno quanto me… e chiacchieriamo un po’. Ancora una volta stupore per come si possa resistere a una cosa del genere. A dire il vero, ormai me lo chiedo anch’io. Poi la ragazza torna con una bottiglia d’acqua. Le persone sono davvero gentili.
Avanti. Oggi procedo proprio a passo di lumaca con questo caldo. Andrà bene? Ho ancora davanti a me il difficile Finisher Parcours e mancano quasi 50 chilometri per arrivare al suo inizio, ad Olimpia antica.
Come se non bastasse, adesso arriva anche la stanchezza. Mi fermo alla prima zona d’ombra disponibile. Tiro fuori il materassino, mangio qualche grappolo d’uva, pomodorini, pane e uno yogurt greco. Poi un power nap di venti minuti. Bisogna pur concedersi qualcosa.

Riparto tra uliveti e enormi campi di meloni. Seguo un canale… ma dal lato sbagliato. Torno indietro. Dall’altra parte diventa faticoso: sterrato, e non di quello piacevole. E molto solitario. Poi ancora cani, che riescono immediatamente a interrompere il mio stato di trance. Prima o poi ritorno su una strada vera. Il tempo perso ormai non mi importa più. Che fare? Arrabbiarsi non cambia le cose.
E finalmente un cartello che riesco a leggere: «Αρχαία Ολυμπία». Poco più avanti anche in caratteri latini: “Archea Olympia”. La sede dei Giochi Olimpici dell’antichità. Devo arrivarci.
Turisti ovunque. All’ingresso del sito archeologico chiedo a una guida se devo comprare il biglietto: dopotutto qui dovrebbe iniziare il Finisher Parcours. La donna mi guarda stupita – e forse anche un po’ scandalizzata vedendo una signora che vuole entrare con la bicicletta. Non sa nulla, nemmeno del fatto che prima di me siano già passati circa duecento ciclisti. Strano.
Carico di nuovo il percorso. Ah! L’inizio del parcours è circa un chilometro più avanti e non si trova affatto nel sito archeologico. Ancora una volta la mia pianificazione mi aveva portata quasi nel posto giusto, ma non proprio.

Il sole sta tramontando quando finalmente parto per gli ultimi 180 chilometri. Tecnicamente il percorso dovrebbe essere facile, ma ci sono ancora 3600 metri di dislivello da superare. E io ho circa 24 ore di tempo.
La strada entra subito nell’interno solitario del Peloponneso e iniziano immediatamente le salite. Mi fermo a una fontana con una testa di leone. Sarà acqua potabile? Decido di crederci. Chissà quando troverò la prossima occasione. Secondo la mia pianificazione, lungo tutto il percorso non ci saranno negozi né posti dove fermarsi.

Riesco ancora a fare una trentina di chilometri, a volte spingendo la bici perché le pendenze sono davvero notevoli. Poi la stanchezza prende il sopravvento. Inoltre la notte precedente avevo fatto solo una pausa di due ore e mezza, dormendo poco più di un’ora e mezza. Sono appena le dieci e mezza.
Non monto la tenda. Fa caldo e risparmio tempo. Spingo la bici un po’ dentro un uliveto. Solo quando sono già nel sacco a pelo e un’auto mi illumina con i fari mi accorgo che, invece di trovare un posto lontano dalla strada, mi sono sistemata proprio all’interno di una curva. Oh no. Per fortuna sarà l’unica auto della notte. Sento abbaiare dei cani. Lontani? Vicini? Non ne ho idea.

A un certo punto mi sveglio, divorata dalle zanzare, e c’è un cane molto vicino. In ogni caso dovrei già ripartire se voglio arrivare entro la sera. Sento le sue zampe sulle foglie secche degli ulivi. Evidentemente non osa avvicinarsi di più.
Io, comunque, preferisco fuggire. Sono circa le due e mezza del mattino.
Sabato, 08.08.
150 km / 3300 m di dislivello

Pedalare al buio. Mistico. Ogni tanto, in lontananza, le luci di un paese. La mia lampada disegna davanti a me un tappeto di luce che ondeggia da una parte all’altra, perché in salita tendo a zigzagare parecchio.
Poi, a est, compare la prima striscia chiara che annuncia il nuovo giorno. Come al solito, poco prima dell’alba mi assale un’ondata di sonno alla quale devo arrendermi. Dietro il guardrail trovo un posto molto sassoso, con qualche ciuffo d’erba qua e là. Sveglia impostata su dieci minuti. Nonostante il giaciglio tutt’altro che comodo, mi addormento subito e mi risveglio sorprendentemente fresca. Avanti! Se oggi si procede con la stessa lentezza di ieri, posso scordarmi di arrivare al traguardo in tempo.

In una pensilina dell’autobus mi tolgo gambali, manicotti e giacca: durante la notte aveva fatto piuttosto fresco. Valerio mi supera. Poco dopo lo riprendo su una salita. È talmente ripida che sta spingendo la bici. E così, per un po’, continuiamo a superarci a vicenda. Alla fine arriverà a Kalamata un’ora prima di me.
In tarda mattinata fa di nuovo un caldo tremendo e devo affrontare la seconda delle quattro montagne. Prima sosta: una signora anziana. Il mio occhio ormai allenato individua subito un tubo dell’acqua dietro la recinzione. La donna capisce cosa le sto chiedendo, mi passa il tubo e torna alle sue faccende. Poco dopo arriva l’acqua fresca. Meravigliosa! Poi si riparte. Poco più avanti, un altro giardino. Una signora gentile mi chiede se ho bisogno di qualcos’altro. No. Solo di rinfrescarmi. E allora di nuovo in salita. Caldo e ripido. La discesa almeno dà un po’ di sollievo.

Sorpresa nella “valle”. Vicino all’autostrada c’è Hermann, che è riuscito a “intercettarmi”. Era arrivato con il traghetto da Ancona ed era diretto verso Kalamata. Tempismo perfetto! Quanto sarebbe bello, a questo punto, salire semplicemente in macchina e non dover affrontare altri 90 chilometri sulle montagne. L’incontro, però, mi dà una bella dose di motivazione. Ancora uno o due video e poi ognuno riparte per la propria strada. Dopo l’ultima salita, affrontata sotto un caldo implacabile, ho già paura della successiva, con i suoi 1000 metri di dislivello. Se considero la differenza tra il punto più basso e quello più alto, non promette niente di buono.

Non vado molto lontano. Prossima sosta: salvataggio di una tartaruga. Poi una breve pausa presso una piccola cappella con una fontana.
E si torna a salire. Portiamoci questa montagna alle spalle. Ogni tanto c’è una breve discesa. Quasi fa male, perché tutto quello che scendo devo poi naturalmente risalirlo.

In un piccolo villaggio, altra sosta. Sono di nuovo stanca. Succede soprattutto quando, per un attimo, le gambe non hanno più voglia di girare sui pedali. Un breve power nap all’ombra di una tettoia. Poi si riparte. Il paese non sembra avere molti abitanti, ma in compenso c’è un cantiere per una chiesa. E soprattutto c’è acqua! Gli operai ridono vedendo quanto sono felice.

Il resto della salita si rivela meno terribile del previsto. La pendenza è moderata e il bosco offre ombra. Raggiungo la “vetta”. Discesa. All’inizio la strada segue il fianco della montagna: bisogna stare concentrati, perché l’asfalto non è proprio dei migliori. Poi arriva una strada più larga e ben asfaltata. Faticosa nonostante la discesa. E poi l’ultima “montagna”. La chiamo la versione greca della strada dello Stelvio, perché sale sul fianco della montagna con una serie di tornanti molto simile.

Credo davvero di non riuscire a superarla. Sono di nuovo terribilmente stanca. Tiro fuori il materassino e cerco dietro il guardrail un posto almeno un po’ comodo. Appena mi sdraio, con i grossi sassi che mi premono sulla schiena, mi rialzo subito. Ma cosa sto facendo qui? Il traguardo è ormai a portata di mano.
Avanti! Ce la posso fare!
Poi, dall’alto, vedo il mare e, molto più in basso, Kalamata. Le energie sembrano tornare all’improvviso. E mi lancio in discesa. Mi faccio strada attraverso il fitto mare di case e infine entro nella zona del porto. Ancora pochi metri lungo il bacino e sento già le grida. Sono per me.

Alcune persone percorrono con me gli ultimi metri. Sulla terrazza, in alto, c’è Hermann. In quel momento vedo solo lui. Poi le foto e l’intervista al traguardo.
Ci sono arrivata.
19 giorni e 20 ore da Trondheim a Kalamata. Il viaggio finisce bruscamente. Faccio quasi fatica a crederci. Un vero vortice di emozioni. In questi giorni ho vissuto tantissimo: dagli stati di euforia alle crisi più profonde. E adesso sono qui. Finalmente. E allo stesso tempo è quasi un peccato che sia già finita …
Il mio trofeo è la mia tessera con l’ultimo timbro e qualcuno mi mette in mano una birra. Poi ancora la foto “dopo” – quella “prima” era stata scattata a Trondheim – e sono libera di andare a rinfrescarmi per la Finisher Party, che sarebbe iniziata solo poche ore dopo. Credo che mancasse appena un’ora e mezza.

Dopo di me arriveranno al traguardo solo altri due o tre partecipanti prima della chiusura. Ma ormai sono semplicemente orgogliosa di essere arrivata e di essere entrata anche nella classifica generale, perché a mezzanotte è tutto finito. Altri 25 partecipanti arriveranno nei giorni successivi.
Sono 175ª su quasi 400 partenti.
A 63 anni. E come donna.

Credo proprio di poterne essere un po’ orgogliosa …
E proprio quando penso di potermi finalmente rilassare, arriva l’ultimo piccolo episodio targato TCR.
Uno degli aiutanti si avvicina e mi fa notare che, entrando a Kalamata, avrei apparentemente “tagliato” il percorso. Secondo lui dovrei quindi rifare gli ultimi due chilometri. Dopo quasi 5100 chilometri, sarebbe stata proprio una bella aggiunta finale.
Gli spiego che il giorno prima avevo scaricato l’aggiornamento del percorso e che lo avevo seguito scrupolosamente. Per sicurezza gli mostro il tracciato sul mio Garmin. Malte viene in mio aiuto e conferma che avevo percorso esattamente quello indicato dall’aggiornamento. Tutto a posto. A quanto pare, sulla pagina del tracker il percorso aggiornato non era ancora stato inserito.
Meno male. Questa volta posso risparmiarmi gli ultimi due chilometri.

Mi ha fatto davvero particolarmente piacere leggere questo messaggio su Instagram. Grazie, Jana! ❤️
janas.banjana @lumaca.gabi
Gabi! Sono stata davvero felice di sentirti nel podcast di LostDot e poi di vedere che sei riuscita a concludere il TCR entro il tempo limite – e con un po’ di margine! Congratulazioni per il tuo TCR!
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