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Prima il mio video giorno 7 e 8:

Attraverso la Polonia

626 km/ 3460 Hm
DOM 26.07./LUN 27.07. – Giorni 7 e 8

Una manciata di ciclisti completamente carichi esce dal traghetto prima delle auto. Per i primi chilometri pedaliamo tutti sulla stessa strada, poi ci disperdiamo nuovamente in tutte le direzioni. È domenica e quindi non mi aspetto di trovare molti negozi aperti. Per fortuna, le stazioni di servizio non mancano e, sorprendentemente, sono anche ben rifornite. Inoltre mi sono organizzata in anticipo e a colazione mi sono preparata qualche panino.

A un certo punto mi viene in mente che forse sarebbe il caso di controllare la pressione delle gomme. La prima panchina sembra il posto ideale per fermarmi. Tiro fuori la pompa e comincio. Non ho quasi fatto in tempo a svitare la prima valvola che mi ritrovo circondata dalle zanzare. Inizio a fare una specie di danza scatenata per tenerle lontane. Fatto. E via, il più velocemente possibile.

Il traffico qui è un po’ più intenso. Forse sarebbe una buona idea indossare il gilet ad alta visibilità. Solo che… dove l’ho messo? Mi fermo e comincio a rovistare nelle borse. E loro sono di nuovo lì. Le zanzare. Scaccio, cerco, scaccio ancora. Stress!

Il gilet non salta fuori. Quindi ricomincio a controllare tutte le borse. Finalmente eccolo, naturalmente proprio dove non avrei mai pensato di trovarlo. Normalmente ogni cosa ha il suo posto preciso. Ma quando sono di fretta, capita che metta qualcosa da un’altra parte pensando: me ne ricorderò. Naturalmente non è così.

Consiglio: mantenere un ordine maniacale. Ogni cosa deve tornare sempre esattamente al suo posto. Con lo spazio limitato delle borse da bikepacking, cercare qualcosa può diventare rapidamente un’operazione lunga e complicata – e più si rovista, più il disordine aumenta.

Poi arriva la prima piccola salita, piacevolmente ombreggiata. Il fresco è un sollievo per le punture di zanzara che cominciano a prudere sempre di più. Attraverso una riserva naturale, molto bella, con una strada in condizioni eccellenti. Finché devo svoltare bruscamente a destra e, da quel momento, l’asfalto diventa per lo più un mosaico di rattoppi. Avanzare diventa decisamente più lento e scomodo.

Le poche auto che arrivano da dietro fanno un bel rumore mentre le sospensioni cercano di assorbire buche e rattoppi. Ogni tanto incontro qualche ciclista, ma sono davvero pochi. O sono tutti già molto più avanti, oppure hanno trovato una strada più diretta.

Pedalo attraverso la Pomerania Occidentale, una regione fortemente caratterizzata dall’agricoltura. Fa caldo e l’aria è sempre più umida.

Il paesaggio è un susseguirsi di boschi, campi e laghi, con qualche villaggio qua e là. Purtroppo i villaggi possono essere piuttosto dolorosi, perché l’asfalto lascia spesso il posto a un pavé irregolare e pieno di spigoli. Quando possibile, mi sposto sul bordo sabbioso della strada. Le mie ossa – e soprattutto il mio fondoschiena – non apprezzano particolarmente questo tipo di massaggio.

A Sowno (Stargard) faccio una breve pausa pranzo su una panchina all’ombra, accanto a una statua. Devono bastare le ultime provviste che mi porto dalla Svezia. È domenica e in Polonia i negozi sono chiusi, ben diverso dal nord, dove ormai mi ero abituata a trovare quasi ovunque qualcosa da comprare.

Poi di nuovo lunghi tratti apparentemente interminabili tra boschi, campi e piccoli villaggi. Alla fine raggiungo Stargard, una città un po’ più grande. Attraverso le zone residenziali per evitare le strade principali.

Da Pełczyce (in tedesco Bernstein) il mio percorso segue una storica linea ferroviaria fino a Barlinek.

Poco dopo Barlinek (in tedesco Berlinchen) comincia a piovere. All’inizio mi riparo sotto un albero, sperando che smetta presto. Non smette. In poco tempo anche la chioma delle foglie non offre più una vera protezione. Quindi indosso l’abbigliamento da pioggia e riparto. Tanto vale andare avanti.

Prima o poi la pioggia smette davvero e la strada torna asciutta. Quindi tolgo di nuovo tutto, solo per doverlo rimettere poco dopo. I successivi 70 chilometri sono comunque piuttosto bagnati.

Non ho ancora abbandonato completamente l’idea di montare la tenda questa sera, ma se lo farò, sembra sempre più probabile che sarà un’esperienza piuttosto umida. Ha appena ricominciato a piovigginare. Ma la speranza è l’ultima a morire.

Raggiungo Skwierzyna, la fine della mia tappa pianificata, verso le 21. Piove di nuovo – o forse non ha mai smesso davvero. Alla stazione di servizio è il momento di fare rifornimento… soprattutto di me stessa e di energia per i miei dispositivi. La pioggia non aiuta la tecnologia. I cavi non caricano correttamente mentre sono in viaggio e scopro inoltre che anche la powerbank non funziona. È scarica? Oppure cosa sta succedendo?

Non sono sola. Ancora una volta incontro qualcuno del TCR. Anche Samuel sta caricando i suoi dispositivi ed è indeciso sul da farsi. Lui vuole continuare.

La pioggia aumenta sempre di più. Il mio piano di pedalare ancora 25 chilometri e montare la tenda in un parcheggio nel bosco sembra ormai poco realistico. Comincio a cercare un hotel e, a tre chilometri di distanza, ne trovo effettivamente uno.

Due signore gentili mi accolgono. L’ingresso dell’hotel si trova sul retro dell’edificio, che al buio sembra un piccolo castello infestato. E ormai è dav

vero buio pesto.

Un ripostiglio pieno di roba dovrebbe diventare l’alloggio della mia bici per la notte. Quando la porta si apre cigolando, una gatta nera mi salta improvvisamente addosso soffiando. Fantastico.

Spiego molto chiaramente – più volte – che ho intenzione di ripartire verso le 3:30 e che quindi devo poter raggiungere la mia bici nel garage chiuso a chiave. Non sono del tutto sicura che abbiano capito. Almeno mi mostrano l’uscita di emergenza. E la ragazza mi dice che la mia bici mi aspetterà. Qualunque cosa voglia dire.

Rimango leggermente diffidente.

Solo più tardi scopro che anche Tobias ha trovato rifugio nello stesso hotel.

il giorno dopo:

300 chilometri, una doccia e tanti dubbi

Tutto funziona e verso le tre sono di nuovo in strada. Piove ancora – o di nuovo.

Non ho ancora trovato il tempo per lavarmi. E con questo tempo, come dovrebbero asciugarsi le cose lavate?

Nella penombra noto una pista ciclabile accanto alla strada e decido di imboccarla. Non è stata una buona idea. Il fondo è pessimo e pieno di avvallamenti provocati dalle radici degli alberi. Torno rapidamente sulla strada. Per fortuna a quest’ora c’è ancora poco traffico.

Solo più tardi mi renderò conto di aver qui “sorpassato” Christoph Strasser. In realtà aveva abbandonato la gara già qualche giorno prima.

Il percorso è piacevolmente pianeggiante. Dei quasi 300 chilometri che percorrerò oggi, ci sono appena circa 1.000 metri di dislivello. Boschi, prati, villaggi, poi di nuovo boschi, prati e cittadine. Attraverso il paese in lungo e in largo e incontro pochissimi altri partecipanti al TCR.

A un certo punto incontro Jan e Mirjam. Pedaliamo per un po’ lungo lo stesso percorso, poi le nostre strade si dividono nuovamente. Più avanti si ritireranno dalla gara intorno al chilometro 2.500.

In effetti, quasi tutte le persone che in questo momento si trovano intorno a me finiranno per abbandonare la gara. Io ho ormai 2.000 chilometri nelle gambe.

Lascio Wrocław (Breslavia) sulla mia sinistra. Preferisco percorrere strade più tranquille e con meno traffico.

È curioso come si arrivi a un incrocio e improvvisamente, dalla direzione opposta, sbuchi un altro “concorrente”. Due parole, un breve scambio e al successivo incrocio ognuno prende nuovamente la propria strada.

Ogni volta che qualcuno sceglie una strada diversa, nella mia testa nasce subito un piccolo dubbio: avrà trovato una variante migliore? Ho appena scelto la strada sbagliata? Un po’ di paranoia da TCR fa evidentemente parte dell’esperienza.

Mi viene un po’ di nostalgia di casa quando passo davanti a un cartello con scritto Bożeń. Se fossi ora nella nostra Bolzano, avrei davanti a me solo una quarantina di chilometri per arrivare a casa.

Fa sempre più caldo e l’umidità aumenta. La sete e la fame mi spingono a entrare in un negozio a Wołów per rifornirmi. Non c’è nulla di particolarmente emozionante e la donna alla cassa è decisamente poco cordiale.

Forse il mio aspetto comincia a essere un po’ sospetto. Non proprio pulita, completamente carica di borse da bikepacking e probabilmente ormai a metà strada tra ciclista e senzatetto. Devo trovare una soluzione.

Poco dopo, a Krępice, faccio un’altra sosta: una stazione di servizio BP. Quando vedo il bagno, mi viene un’idea. Chiedo rapidamente.

Sì, posso fare una doccia e persino lavare i miei vestiti!

Il fatto che nel frattempo riesca a trasformare praticamente tutto il bagno in una piscina viene accolto con sorprendente tranquillità.

Appendo i miei vestiti appena lavati alla bici e il personale comincia subito a riordinare dietro di me. Che gentilezza!

Mi rifornisco mangiando un po’ di tutto quello che offre la stazione di servizio. Ci sono dei deliziosi panini lunghi mezzo metro. Dopo una pausa decisamente troppo lunga e dopo aver controllato più volte che nessun capo di abbigliamento possa finire nei raggi, riparto. È ormai tardo pomeriggio.

All’inizio il vento soffia forte proprio contro di me. A un certo punto sembra avere un ripensamento – oppure sono io a cambiare direzione – e improvvisamente mi ritrovo per un breve tratto con vento a favore. Che lusso!

Il paesaggio diventa più collinare.

Poi compare un grande cartello di lavori stradali. Naturalmente è tutto in polacco. Una strada è chiusa a partire dal chilometro XY. Ignoro il cartello.

Qualche chilometro più avanti, un altro avviso. E se questa fosse proprio la mia strada?

Comincio ad avere una brutta sensazione.

Effettivamente incontro un cantiere e diversi tratti sterrati, ma per fortuna riesco a passare ovunque. Sarebbe stato un piccolo disastro dover tornare indietro e ripianificare il percorso strada facendo. Dopo tutti questi chilometri, francamente non ne ho proprio voglia.

Il sole è ormai basso. All’inizio della giornata avevo avuto pochissimo dislivello da affrontare, ma ora la strada continua a salire. Faccio rapidamente due conti. Più di 300 chilometri nelle gambe oggi: non c’è da stupirsi se anche le piccole salite cominciano a sembrare piuttosto importanti.

Il sole scompare lentamente e io sono immersa nei miei pensieri. Riuscirò a trovare una camera d’albergo nella prossima località? Dopo una giornata così lunga sarebbe davvero piacevole.

Poi vedo arrivare un ciclista in senso contrario.

È Jarek, un dotwatcher, come si presenta. Che bello! Non mi aspettavo proprio di essere “intercettata” da qualcuno qui fuori, nel nulla.

Scatta qualche foto e, mentre passiamo accanto a una specie di cappella, mi racconta una storia piuttosto inquietante. Per fortuna, più tardi non me ne ricorderò più nulla quando monterò la tenda al buio.

È quasi completamente buio quando Jarek mi saluta e io entro pedalando a Ziębice.

Perfetto. Nei miei piani avevo scelto proprio questo paese come possibile punto per la notte, naturalmente preferibilmente in hotel.

Sosta alla stazione di servizio e subito dopo al supermercato. Nel frattempo provo anche a convincere Booking a trovarmi una camera.

Naturalmente non c’è assolutamente nulla di disponibile nei dintorni.

Ma è asciutto e non fa freddo. Perché allora non montare la tenda?

Riparto alla ricerca di un posto adatto. Tre chilometri fuori dal paese, vicino al villaggio di Biernacice, trovo qualcosa che non è esattamente il campeggio ideale. Ma tra un rimorchio cisterna per il letame – molto romantico – e una catasta di legna, comodamente utilizzabile per appoggiarci la bici, sembra andare bene.

Inizio diligentemente con i soliti gesti: materassino a terra, telo della tenda steso, picchetti infilati nel terreno.

In lontananza sento un cane.

Poi, improvvisamente, un fascio di luce attraversa il prato e si dirige verso di me. Oddio. Un giovane uomo mi punta la luce direttamente in faccia e mi chiede cosa sto facendo lì. Cerco di spiegargli che voglio solo dormire quattro ore e poi ripartire e che non sapevo a chi chiedere il permesso.

Riusciamo a comunicare in un inglese piuttosto improvvisato. Alla fine capisce cosa voglio fare e sembra tranquillizzarsi. Poi mi chiede se ho abbastanza da mangiare e qualcosa da bere.

Gli assicuro con grande entusiasmo che ho tutto quello che mi serve e gli spiego ancora una volta che sarei davvero molto felice se potessi rimanere lì. Per fortuna mi lascia fare.

Il mio campeggio improvvisato tra il rimorchio del letame e la catasta di legna è ufficialmente approvato. Cosa potrei chiedere di più?

Attraverso la Repubblica Ceca e in Slovacchia

MAR 28.07. – Giorno 9

Sono qui da tre ore, due delle quali le ho passate dormendo. E piove. Quindi raccolgo la tenda ancora bagnata e riparto.

Durante la pedalata il mio smartphone si ricarica molto lentamente, ma almeno si ricarica. Vedo un cartello che indica un MediaMarkt e penso per un attimo di andarci. Ma dovrei aspettare l’apertura. Forse è entrata semplicemente un po’ di umidità nel telefono oppure il problema è nei cavi – ma in tutti? Poco probabile. Alla prossima occasione, cioè alla prima stazione di servizio, proverò a ricaricare tutto.

Il confine con la Repubblica Ceca è vicino. Mi separano ormai poco più di 50 chilometri da Wiesenberg, in ceco Loučná nad Desnou, dove inizia il prossimo percorso obbligatorio, il Parcours 2(a). Mi aspettano ancora tre piccole montagne, con circa 1.000 metri di dislivello complessivi.

Aha. Dopo i lunghi tratti piuttosto pianeggianti, sembra proprio che ora si faccia sul serio. E nel frattempo non ho certo meno bagaglio con me. Anzi, ne ho probabilmente ancora di più.

Il confine ceco arriva rapidamente. A Vápenná trovo una panetteria e mi abbuffo allegramente di tutto quello che offre. Ora sono ben rifornita per affrontare le tre piccole montagne – anche se, con 1.000 metri di dislivello, tanto piccole poi non sono.

Il percorso attraversa inizialmente una piccola valle su strade tranquille. Durante il tragitto Kiki e Andreas mi raggiungono. Poi scendiamo verso Wiesenberg, il punto di partenza del Parcours 2(a).

In un piccolo supermercato si ritrova, ancora una volta, una manciata di partecipanti al TCR. Compro tra le altre cose una zuppa istantanea di verdure e pollo. Una commessa è così gentile da portarmi dell’acqua calda. Davanti agli altri prodotti, invece, rimango a guardarli come un bue davanti a una montagna. È tutto scritto in ceco.

Devo stare attenta a non fare la fine di Andreas, che invece del succo di mela si ritrova con una bottiglia di sciroppo.

Parcours 2(a)

Ancora una volta sono l’ultima a riuscire a staccarmi dal supermercato. Alla fine parto da sola, pedalando verso Dlouhé stráně, il grande bacino di pompaggio che è considerato una delle opere tecniche più impressionanti della Repubblica Ceca e una delle “sette meraviglie” del Paese.

Per fortuna la salita è in gran parte all’ombra. Ma è piuttosto ripida. Spingere verso l’alto 22 chili non è proprio una passeggiata. Qui mi aspettano quasi 900 metri di dislivello, dopo che questa mattina ne ho già fatti circa 1.000. E altri 1.800 arriveranno ancora. Direi che posso permettermi di fare un bel respiro.

Lungo la salita entro improvvisamente nel bel mezzo del movimento turistico intorno alla stazione della funivia di Kouty. Appoggio la bici a una grande struttura di legno per scattare velocemente una foto panoramica. Un uomo mi rimprovera: quello non sarebbe un posto dove lasciare la bicicletta. Lui vuole fare una foto. Anch’io. Una volta chiarito il malinteso, finiamo per fotografarci a vicenda.

Dalla stazione della funivia di Kouty continuo a lottare verso l’alto. Meglio stare bene sulla destra! Dall’alto scendono a tutta velocità persone di tutte le età con i Mountain Scooter, una specie di monopattino con grosse ruote da MTB. All’improvviso mi sento piuttosto lenta sulla mia bicicletta completamente carica.

Finalmente raggiungo il grande bacino e percorro il giro intorno al lago superiore. La centrale idroelettrica a pompaggio è una delle opere tecniche più impressionanti della Repubblica Ceca. L’enorme bacino si trova a circa 1.350 metri di quota, in cima alla montagna. Curiosamente, durante la salita non lo vedo affatto. Pedalo semplicemente tutto intorno, sotto di esso, e continuo a chiedermi perché sulla mia Garmin ci sia un lago proprio lì. Prima o poi il mistero si risolve.

Poi arriva una lunga discesa. Lungo il percorso mi fermo ancora una volta e stendo la tenda ad asciugare sul bordo della strada, appoggiandola sopra una ringhiera. Ci si arrangia con quello che si trova.

E subito comincia la seconda salita di questo Parcours. Ne ho un po’ paura. Inaspettatamente, però, all’inizio la pendenza è piacevole. Poi l’asfalto diventa sterrato.

E la parte piacevole finisce. Ripido, sassoso e così fino quasi in cima. Ancora una volta arriva il momento dell’Hike & Bike. E tutto questo nonostante le app che avevo usato per pianificare il percorso indicassero asfalto. Sì, asfalto. Ma solo qualche piccolo pezzo qua e là, in mezzo a tanto sterrato e tantissime pietre appuntite.

Il Praděd, con i suoi 1.492 metri, è la montagna più alta dei Sudeti Orientali e la cima più alta della Moravia e dell’Alta Slesia. È quindi un vero magnete per i turisti. In cima c’è un gran movimento. Purtroppo non c’è più niente da mangiare. Nemmeno un gelato: accettano solo contanti cechi.

Quindi scendo un po’ e mi fermo in un rifugio di montagna per una zuppa e una fetta di torta. Anche questo fa parte del rifornimento in quota.

Poi riparto e mi lancio in una lunga discesa. Circa 70 chilometri verso Opava. Da Lidl compro ancora qualcosa per la colazione del giorno dopo e riparto, naturalmente con un altro po’ di peso in più.

Sembra ormai diventata un’abitudine. Poi compare un cartello stradale: una strada è chiusa o deviata a causa di lavori. Decido di provarci comunque. Un automobilista, a causa della barriera linguistica, non riesce ad aiutarmi.

Quindi scendo. E continuo a scendere.

L’idea di dover tornare indietro dopo tutti quei metri di discesa non mi piace per niente. A un certo punto mi viene incontro un ciclista che parla inglese. Mi tranquillizza: la strada è chiusa per la costruzione di un nuovo ponte, ma in bicicletta posso passare senza problemi. Bene. Avanti.

Pochi chilometri dopo, stessa storia. Strada chiusa. Io continuo comunque. Altri cinque chilometri di discesa. Tornare indietro adesso sarebbe davvero seccante.

Da dietro si avvicina un enorme trattore. Indico davanti a me e faccio una faccia interrogativa. Il conducente risponde con un gesto della mano che può voler dire praticamente tutto: tornare indietro o continuare?

Rimane tutto molto emozionante.

Alla fine entro nel paese successivo, dove evidentemente stanno facendo dei lavori per qualche tipo di tubazione. Condotte dell’acqua? Questo mi ricorda improvvisamente che io non ho più acqua. Un signore che sta raccogliendo l’erba appena tagliata davanti a casa è così gentile da riempirmi la borraccia.

Poi attraverso Opava. Il sole sta tramontando e decido di fermarmi ancora una volta a una stazione di servizio. Chissà quando potrò comprare qualcosa di nuovo. E soprattutto devo assolutamente ricaricare lo smartphone.

Compro anche un nuovo cavo USB. Purtroppo ce ne sono solo da 1,5 metri. A questo punto, qualche grammo in più non farà certo la differenza… Appena collego il nuovo cavo, improvvisamente funzionano di nuovo anche tutti gli altri. Accidenti!

Poi ricomincia la salita. Fa buio. Molto buio, perché il percorso attraversa un bosco. Un vero bosco da Dracula. Fa abbastanza paura. Ma Dracula non era in Romania?

Telefono a Hermann per distrarmi un po’. Poi torno a essere sola. Ci saranno dei lupi qui?

A un certo punto il bosco lascia spazio ai campi e torno in una zona abitata. È curioso: ogni volta che scendo in discesa diventa improvvisamente gelido, mentre più in alto l’aria è piacevolmente calda. Quindi dovrò scegliere il posto per dormire di conseguenza.

Ma dove dormirò? Non ne ho idea.

Imbocco una pista ciclabile che costeggia un piccolo fiume. Il paese si allunga per parecchio, con case praticamente ovunque. E poi trovo il posto perfetto: un piccolo parco a Stará Ves nad Ondřejnicí.

Sotto la protezione della chioma di un grande albero costruisco la mia tenda. Posso appoggiare la bici direttamente al tronco. Perfetto.

Ho previsto una sosta di circa cinque ore, di cui almeno un’ora se ne andrà per montare e smontare la tenda. Resta solo una domanda: qualcuno verrà a mandarmi via? Per fortuna no.

MER 29.07. – Giorno 10 – In Slovacchia e verso CP2

Dormo indisturbata, smonto la tenda e faccio colazione praticamente nello stesso momento: qualche biscotto Oreo e una lattina di cappuccino.

La strada prosegue inizialmente su una pista ciclabile, poi su strade poco trafficate. Entro così nelle propaggini settentrionali dei Carpazi Occidentali.

Una premessa: oggi sarà una giornata fatta di lentezza e sofferenza. Già al mattino fa piuttosto caldo e le gambe sono pesanti. Prima fermata: panetteria.

Dal bacino di Šance, sul fiume Ostravice, svolto sulla strada principale verso il confine slovacco. È larga e ben tenuta, ma molto tortuosa e gli automobilisti sembrano divertirsi particolarmente a sfrecciare. Non mi sento proprio tranquilla, perché in alcuni punti la strada è poco visibile.

Attraverso i Beskydy, i monti Beskidi, passando per Bílá e Konečná fino al valico di frontiera Bílá–Klokočov. Oltre il confine c’è già la Slovacchia.

Seguono quasi 50 chilometri di discesa. Seconda fermata: una pensilina dell’autobus. Mi fermo, mi spoglio un po’, mi spalmo la crema solare e finisco per parlare con due signore anziane. Una di loro parla tedesco perché da giovane aveva lavorato a Vienna. È impressionata da quello che sto facendo. Questo mi dà davvero un po’ di motivazione e riparto di buon umore.

Ma poco dopo arriva la prossima sosta: a Čadca mi fermo al supermercato. Probabilmente fino al Parcours 2(b), a Liptovský Mikuláš, circa 150 chilometri più avanti, non troverò più un posto decente dove fare rifornimento. E se arrivo troppo tardi, potrei dover aspettare fino al giorno successivo per comprare qualcosa. Quindi faccio di nuovo scorta.

Il risultato è prevedibile: sulle montagne che mi aspettano avrò ancora più peso da trascinare, proprio con questo caldo. Dopo qualche difficoltà di orientamento riesco finalmente a uscire dalla città. Poco dopo imbocco una pista ciclabile che segue il fiume con un percorso pieno di curve. Accetto volentieri qualche chilometro in più pur di stare lontana dalla strada.

A Krásno nad Kysucou imbocco la popolare ciclovia Bystrická cyklomagistrála. Poi mi lascio tentare dalla Direttissima. E improvvisamente mi ritrovo molto più in alto rispetto alla pista ciclabile. Tra me e il percorso c’è un pendio ripido e roccioso. Non c’è alcuna possibilità di raggiungerlo da lì. Devo tornare indietro. Più di due chilometri di deviazione mi riportano finalmente sulla strada giusta.

Oggi non è proprio la mia giornata fortunata.

Consiglio: fidarsi del percorso indicato dal navigatore e non cercare scorciatoie. Il navigatore, a volte, ne sa davvero più di noi.

La ciclovia prosegue poi lungo una vecchia linea ferroviaria, in un tratto piacevolmente ombreggiato lungo il fiume che le dà il nome. E improvvisamente arrivano gli attacchi di sonno. Anche questo ci mancava. Nuova sosta: power nap.

Poi si riparte verso un piccolo passo, il Sedlo Lutiška. In cima faccio una breve sosta premio su una panchina. Ogni tanto bisogna pur concedersi qualcosa. Dopo la discesa mi fermo a una stazione di servizio a Terchová. Gelato e Coca-Cola. Maris è seduto qui e dorme. Io devo continuare.

Inizia la salita successiva. Nell’ultimo chilometro la strada diventa così ripida che devo scendere e spingere la bici. E questo proprio nel pieno del caldo di mezzogiorno. Sono lentissima.

Attraverso il passo Rovná hora e salgo verso Demkovská, una piccola località turistica nel cuore della Malá Fatra. Poi segue una lunga discesa attraverso Lučivná e Párnica. Ma appena le gambe smettono di pedalare, torna la sonnolenza. Sbadiglio. E sbadiglio ancora. A un certo punto penso di non riuscire più a tenere gli occhi aperti. Non di nuovo. Breve power nap.

Consiglio: quando arrivano attacchi di sonno, è meglio fermarsi e fare una breve pausa, al massimo 10–20 minuti. Altrimenti si rischia il colpo di sonno, estremamente pericoloso in bicicletta e potenzialmente causa di incidenti.

Dopo dieci minuti con gli occhi chiusi, anche se non ci si addormenta davvero, ci si sente spesso già molto più freschi. Nel frattempo ho anche scoperto come si manifesta il mio colpo di sonno: non mi si chiudono gli occhi. Con gli occhi aperti, per una frazione di secondo, è come se calasse una tenda davanti a me. Quindi: fermarsi, dormire, ripartire.

Oggi ho fatto davvero una quantità incredibile di soste. Se ne avessi evitate alcune, sarei arrivata prima a CP2 e avrei potuto concedermi una bella e lunga pausa notturna. “Avrei, avrei, bicicletta mia…”

Da Párnica proseguo attraverso l’ampia valle dell’Orava verso Dolný Kubín. Ed è qui che le cose diventano davvero spiacevoli. Sulla strada principale verso Dolný Kubín sfrecciano accanto a me innumerevoli camion, a velocità decisamente sostenuta. Ogni volta che posso, scappo sulle piccole strade secondarie attraverso i villaggi. In compenso si sale e si scende continuamente.

Meglio qualche metro di dislivello in più che questo inferno di camion. Purtroppo non posso evitare completamente la strada principale. Il tratto fino a Dolný Kubín diventa così molto più faticoso e stressante di quanto sembrasse sulla carta.

Finalmente posso svoltare a sinistra verso Malatiná e lasciarmi alle spalle il traffico dei camion. Che sollievo! Ora proseguo di nuovo su stradine secondarie, anche se non mancano alcune belle contropendenze. Prima, però, ancora una sosta alla stazione di servizio. E qui supero un limite culinario personale: mangio il primo hot dog della mia vita. Prima o poi, durante il TCR, bisogna pur superare qualche confine culinario.

Ancora una volta scelgo una deviazione, mentre i miei compagni di gara prendono evidentemente la via più diretta. Un’altra montagna si mette tra me e la strada. Metri di dislivello completamente inutili. Ogni tanto bisogna pur concedersi qualcosa. Prima ancora, naturalmente, una sosta a base di yogurt e Müller

Milchreis.

Parcours 2(b) e CP2

Nel tardo pomeriggio – a causa delle innumerevoli soste – arrivo finalmente a Malatiná, all’inizio del Parcours 2(b). Non me lo ero immaginato proprio così.

Il percorso sale ripidamente su uno spesso strato di ghiaia. È il momento di spingere. Poi arrivano sentieri fangosi. Successivamente percorro tratti pieni di radici, fino a una lunga discesa attraverso un prato appena tagliato.

Intorno a me c’è Nathan. È rassicurante non essere completamente sola in questa parte così isolata.

Dopo una discesa e due salite davvero cattive arriva la parte successiva del Parcours: il percorso attraversa l’impressionante Kvačianska Dolina. Il sentiero è in alcuni punti così sassoso e difficile, con piccoli gradini di pietra, che devo continuamente scendere e spingere la bici. Perdo completamente il ritmo: scendere, spingere, risalire, scendere di nuovo. A un certo punto smetto di imprecare e mi rassegno al mio destino. Lungo il percorso passo accanto a una piattaforma panoramica dalla quale si apre una vista piuttosto inquietante verso il fondo della gola.

Con la bicicletta completamente carica, questo tratto è decisamente più un’avventura che una tranquilla pedalata. Nathan è più veloce di me, ma poi rimane fermo da qualche parte per un guasto. A parte il fatto che tecnicamente sono una vera frana, non potrei comunque aiutarlo. È una delle regole rigide della gara.

Dopo un continuo saliscendi raggiungo finalmente Liptovský Mikuláš.

Il mio piano è semplice: fare ancora un po’ di spesa al supermercato e poi andare alla pensione che ho prenotato. Si trova in posizione comoda lungo la strada verso la Demänovská Dolina. Penzion Fortuna. Spero che nomen est omen e che mi porti davvero fortuna. Perché ancora non credo veramente di poter arrivare a Kalamata in meno di dieci giorni.

Verso le 21:30 affronto la salita verso la fine del Parcours. I circa 600 metri di dislivello in una decina di chilometri, nella frescura della notte che sta iniziando, non mi pesano particolarmente. Poi sono in cima. E comincio a cercare CP2 nel buio. Invano. Dovrebbe essere all’Hillview Jasna Chalet. Qui sopra c’è un Hotel Jasna. Tutto buio. Più sotto individuo una Penzion Jasna. Anche lì non c’è nessuno. E adesso? Ormai sono circa mezz’ora che giro qui sopra senza trovare nulla. Ultima possibilità: telefonare al numero dell’organizzazione. Speriamo che ci sia campo.

In realtà la soluzione dell’enigma la conosco. La mia pianificazione aveva persino tenuto conto della modifica. Solo che, dopo il cambiamento apportato dall’organizzazione, non avevo più ricreato la traccia. La struttura del CP si trova circa quattro chilometri più in basso. Quindi torno indietro e finalmente conquisto il tanto desiderato timbro, con un ottimo margine di circa dodici ore sul tempo limite.

Poi finalmente scendo verso la mia pensione. Peccato per il sonno perso. Oggi avrei voluto concedermi una pausa un po’ più lunga. All’una meno un quarto, finalmente, sono a letto.

La mattina successiva mi aspetta una colazione meravigliosa: diversi tipi di uova, frutta, verdura, muesli, yogurt, pane fresco e molto altro. Un piccolo paradiso dopo questi due giorni.

Poi devo purtroppo salutare la gentile proprietaria e lasciare la Penzion Fortuna.

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