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Prima il mio video giorno 3 – 6 (CP1 – traghetto a Ystad):

Mer, 22 luglio – ancora giorno 3, Percorso 1(b)

Solo più tardi scoprirò che più di 60 partecipanti non sono riusciti a raggiungere il CP1 entro il tempo limite, dopo oltre 700 chilometri. Quanto deve essere frustrante: mesi di allenamento e poi essere fuori gara dopo appena 700 chilometri. Io, però, non posso certo permettermi di adagiarmi sugli allori. Quindi si riparte. Mi aspettano ancora più di 50 chilometri, con quasi 1.700 metri di dislivello, e quasi tutto su sterrato. Era la parte della gara che mi aveva fatto preoccupare di più già durante la preparazione. Quanto velocemente sarei riuscita ad avanzare? Non ne avevo la minima idea. Ci avrei messo circa sette ore o magari più di dieci? A questo punto avrei voluto soprattutto passare una notte “comoda” in un letto d’albergo. Preferibilmente a Geilo, circa 50 chilometri dopo la fine del percorso. Il che significa che mi aspettano ancora più di 100 chilometri.

Per cominciare, otto chilometri di salita su asfalto. Quasi subito rischio un incidente: una donna su una e-bike e senza casco mi viene incontro sfrecciando dalla mia parte della strada. Non frena. In qualche modo riusciamo a passarci accanto senza uno scontro frontale. Probabilmente è una passeggera di una nave da crociera, alla sua prima esperienza in bicicletta. Io, comunque, da quel momento sto molto più attenta.

Continuano a venirmi incontro ciclisti, alcuni dei quali scendono a velocità sostenuta. Ci deve essere un “nido” da qualche parte … Per me significa stare il più possibile a destra sulla strada stretta. Evidentemente molti non si aspettano che qualcuno stia pedalando in salita. Bambini che fanno acrobazie con le loro biciclette, gente che guarda lo smartphone mentre pedala, altri che procedono affiancati. Il paesaggio, però, è meraviglioso: una valle verde e boscosa sale sempre più in alto. E da qualche parte continuo a sentire il rumore di un treno. Che abbia qualcosa a che fare con questa invasione di ciclisti?

Beh, il Rallarvegen è pur sempre la più famosa ciclovia della Norvegia. La strada sterrata è stata costruita all’inizio del XX secolo durante i lavori della ferrovia di Bergen, originariamente per il trasporto dei materiali con i cavalli. Oggi è uno spettacolare itinerario ciclistico attraverso il selvaggio paesaggio d’alta montagna tra Haugastøl e Flåm. Circa 80 chilometri di sterrato, campi di neve, cascate e ripidi versanti montuosi, con il punto più alto a circa 1.340 metri.

Ma i ciclisti che mi vengono incontro non hanno bagagli e molti hanno addirittura la stessa bicicletta. Più in alto scopro finalmente il mistero: centinaia di biciclette sono parcheggiate in lunghe file davanti a un rifugio. I loro proprietari sono saliti con la storica Flåmsbana e ora scendono in bicicletta. Ah, ecco! Da qui in poi, almeno, non devo più temere di essere travolta. Solo pochi ciclisti vengono ancora verso di me e questi, carichi come me, sono probabilmente quelli che stanno percorrendo davvero lo storico Rallarvegen.

Ora mi trovo davanti ai 21 tornanti che conosco già dalla pianificazione. In pochi chilometri bisogna superare 300 metri di dislivello, con pendenze che arrivano al 18-20%. Il mio piano di pedalare semplicemente fino in cima dura ben poco. Spingo la bici. Come del resto fanno anche alcuni di quelli dietro di me. E mentre spingo, mi arrabbio ancora una volta con il mio Garmin, che sostiene che qui la pendenza sia dello 0%. Evidentemente vado così piano che il dispositivo pensa che io sia ferma.

In cima si apre un’ampia valle. Dopo aver superato la stazione a monte della zipline, dove i più temerari si lanciano nel vuoto a gruppi di tre, torna la tranquillità. Il mio percorso, però, continua a salire senza sosta. Passo accanto a laghi di un blu intenso e torrenti impetuosi e faccio fatica a smettere di guardarmi intorno e scattare fotografie. Fotografare mentre pedalo sarebbe però piuttosto imprudente. Il percorso segue lo storico e stretto tracciato di servizio ed è in alcuni punti appena abbastanza largo per far passare due biciclette. Inoltre la carreggiata pende spesso dal centro verso il bordo. Bisogna prestare la massima attenzione, perché a volte il sentiero corre addirittura lungo un muretto. E sotto, il vuoto!

La pendenza è per lo più moderata, con una rampa dopo l’altra. A un certo punto penso finalmente di essere arrivata in cima. Ma naturalmente segue un’altra salita ripida, e poi un’altra ancora. Le chiazze di neve mostrano che quassù l’inverno non è finito da molto. Mi fermo su un piccolo muretto e mangio mozzarella e pomodoro. Alcuni ciclisti mi superano. Accidenti, ho perso di nuovo qualche posizione! Scherzo, naturalmente: qui le posizioni non contano assolutamente nulla. Una successiva occhiata alla piattaforma di live tracking, sulla quale possiamo seguire tutti i partecipanti grazie ai nostri tracker, mi mostrerà che la maggior parte dei ciclisti che in quel momento si trovavano intorno a me non arriverà mai al traguardo.

Dopo innumerevoli momenti in cui penso di aver finalmente raggiunto il punto più alto, alla fine ci arrivo davvero. Dopo più di 1.600 metri di dislivello su un terreno più o meno impegnativo e con 22 chili di bagaglio, bicicletta compresa, mi trovo a oltre 1.300 metri di quota. Neve e ghiaccio tutto intorno: mi sembra quasi di essere tornata sulle nostre montagne d’alta quota.

La discesa verso Finse, che aspettavo con impazienza, richiede però la massima concentrazione. Il sentiero è per la maggior parte in condizioni piuttosto difficili: solchi scavati dall’acqua, buche e ogni sorta di altre sorprese. Bisogna essere pronti a frenare bruscamente in qualsiasi momento, se non si vuole prendere una deviazione improvvisa verso il bosco, bicicletta e bagagli compresi.

Più in basso vedo un ciclista seduto alcuni metri sotto il sentiero. Ma cosa ci fa lì? E perché si è portato dietro anche la bicicletta? Mi fermo e gli chiedo se va tutto bene. No, non va affatto bene. È precipitato oltre il muretto. Per David la gara finisce qui, dopo 740 chilometri: in seguito scoprirò che si è fratturato l’anca. Gli chiedo se posso fare qualcosa, ma qualcuno è già andato a cercare aiuto dietro la curva successiva, dove c’è campo telefonico. Così proseguo. Poco dopo arriva una donna su un quad. I soccorsi sono rapidamente in arrivo, anche se lei non sa nulla dell’incidente. Non saprò mai come David sia stato portato in ospedale. L’incidente mi fa tornare con un brivido alla mente il dramma vissuto l’anno scorso alla Silkroad Mountain Race.

Poco dopo raggiungo Finse. Non riesco più a mangiare nulla: la cucina ha già chiuso. Quindi devono bastare i miei biscotti. Poi riparto. E, contro ogni aspettativa, riesco persino a prendere una bella velocità: 25 chilometri di buona strada sterrata in discesa.

Piccolo inciso: negli ultimi giorni ho visto più volte ai bordi della strada confezioni di barrette e gel, fascette e ogni sorta di altre cose. Chi è che butta deliberatamente tutta questa roba? Noi ciclisti, per risparmiare peso. Io naturalmente non lo faccio. Anche se … ieri anch’io ho buttato via qualcosa senza più raccoglierla. La mia GoPro. Potrei ancora piangere per tutte quelle immagini perdute. Beh, almeno il primo video non sarà così lungo.

Tornata su una strada vera, a Haugastøl, il piccolo villaggio di montagna ai margini dell’Hardangervidda, incontro Zuska. È completamente sconvolta. Non sa cosa fare: passaporto, portafoglio e tracker, è sparito tutto. Solo quando ricomincia a raccontarmi la storia dall’inizio capisco cosa è successo. Ha lasciato lo zaino con il sistema di idratazione da qualche parte vicino a Finse. Poveretta. Purtroppo non posso aiutarla. Su Followmychallenge posso almeno vedere che Zuska dovrebbe essere ancora prima di Finse. Ed eccolo lì: il suo zaino!

Riesce a tirarsi fuori dalla situazione. Supera di poco il tempo limite al checkpoint successivo e arriva in ritardo, ma non si lascia scoraggiare. Classifica generale o non classifica generale, continua a pedalare e arriva al traguardo. È la sua prima gara ultra e ha scelto subito una delle più dure in assoluto. Davvero impressionante.

Cerco di prenotare un hotel a Geilo. Niente da fare. Tutto esaurito. Beh, una camera ci sarebbe ancora, per qualche migliaio di euro. Un po’ oltre il mio budget. E allora? Qui in alto fa troppo freddo per dormire in tenda. Chiedo all’Hotel Haugastøl se per caso hanno ancora un letto per me. E, contro ogni aspettativa: ce l’hanno!

Riesco persino ad avere una pizza, del cacao solubile per la colazione e mi regalano anche due piccole girelle alla cannella. Lusso sfrenato! E una piccola curiosità: sono già passata di qui due volte in bicicletta, durante i miei triathlon Norseman. Il piccolo paese non è lontano dal punto di partenza di Eidfjord.

Metto in carica tutti i miei dispositivi. Anche il tracker va sotto carica. Ma la mattina dopo sembra che non abbia fatto molti progressi. Panico. C’è qualcosa che non va nei cavi? Dove trovo adesso un cavo nuovo?

Prima di addormentarmi faccio ancora due conti: quanto prima dovrò partire il mattino seguente per arrivare a Geilo in orario, visto che quello doveva essere il mio punto di partenza programmato per la giornata? La risposta è chiara: due ore prima del previsto.

Ben mi sta.

Gio, 23 luglio – Giorno 4

Alle tre e mezza sono di nuovo in strada. Il calore del letto, però, dura ben poco e presto devo fermarmi di nuovo. Un’occhiata al Garmin mi spiega perché sto gelando: ci sono appena 4 °C. Guanti – tutti e tre i paia uno sopra l’altro –, giacca antivento, cappuccio in testa e via, tremando dal freddo. Anche il paesaggio sembra sottolineare la temperatura, con la nebbia che sale lentamente dalla valle. Per fortuna, dopo Geilo c’è una salita. Non ricordo di aver mai accolto con tanta gioia qualche metro di dislivello.

Con sollievo controllo la piattaforma di tracking e vedo che il mio tracker si è effettivamente caricato. Probabilmente al mattino era ancora in modalità risparmio energetico e non aveva ancora stabilito il contatto con i satelliti.

Ora, però, mi preoccupa il cibo. Dove riuscirò a mangiare qualcosa la prossima volta? I quasi 300 chilometri successivi, fino al traghetto di Horten, a sud di Oslo, mi porteranno attraverso una zona solitaria di boschi e laghi.

La maggior parte dei partecipanti prosegue più a ovest, lungo una strada principale, come vedo ogni tanto su Followmychallenge. E sono sollevata nel constatare che Zuska sembra aver recuperato il suo zaino: il suo tracker la segnala a Haugastøl. Anch’io finisco un paio di volte su quella strada principale. Il traffico è terribile! Sono quindi ancora più felice ogni volta che posso tornare su una strada secondaria, anche se questo significa affrontare qualche metro di dislivello in più.

Il percorso continua con un continuo saliscendi. Mi piace e fa bene alle gambe. Ogni salita viene ricompensata da una bella discesa veloce.

Poi, in un piccolo paese, passo davanti a un supermercato Joker. Nella mia pianificazione lo avevo segnato come negozio aperto 24 ore su 24. E intorno non c’è praticamente nulla. Ed eccolo davvero! Quasi esulto. Peccato che sia completamente incustodito. Il problema è quindi: come faccio a entrare? Una signora gentile mi viene in aiuto, mi apre la porta e poi se ne va. Spero solo di riuscire a pagare e, soprattutto, a uscire di nuovo dal negozio. Karin la prima notte non ci era riuscita.

Prima mi guardo un po’ intorno e poi faccio praticamente fuori mezzo negozio. Tutto funziona e davanti al supermercato c’è persino un bel posticino al sole dove fare picnic. Devo però confessare che qui mi trasformo in una taccheggiatrice. Metto nel cestino un pezzo di girella alla cannella. Naturalmente non ha il codice a barre e, con la cassa self-service in norvegese, non riesco assolutamente a capire come aggiungerla alla spesa. Un po’ mi sento in colpa. Ma ormai non posso certo rimetterla a posto … Una volta che hai preso qualcosa, tanto vale mangiarla. E poi ho bisogno delle calorie.

Riparto. Sono già un po’ in ritardo sulla tabella di marcia.

Poi ancora bosco, bosco e bosco. Proprio come ci si immagina la Norvegia.

A un certo punto scendo dall’altopiano. La temperatura sale. Poi sale parecchio. Comincio ad avere sonno e sbadiglio. Anche se, per una volta, durante la notte ho dormito sei ore, ho bisogno di un power nap. Mi concedo 20 minuti. E naturalmente è un attimo: poco dopo mi fermo di nuovo. Ma alla stazione di servizio di Lampeland è troppo allettante fermarsi per un caffè e un gelato. Mi stupisco sempre di quanto velocemente il tempo scivoli via durante queste piccole pause.

Ho percorso 150 chilometri e me ne restano altri 110 fino al traghetto. Anche le forze della natura hanno deciso di mettersi in mezzo: un simpatico vento contrario soffia a tratti proprio nella mia direzione. Conto di arrivare al porto di Horten verso le 21, prendere il traghetto per Moss e poi cercare un posto dove piantare la tenda. Da qualche parte.

A Kongsberg mi aspetta un’altra breve ma ripida salita e qui incontro di nuovo alcuni compagni di TCR. Per il resto, oggi è stata una giornata piuttosto solitaria. Ancora boschi e laghi. E ancora 80 chilometri … oggi sembra non finire mai!

Alla fine raggiungo il mare e il traghetto non è più lontano. Un supermercato lungo la strada capita proprio al momento giusto. Faccio scorta! Anzi, quasi faccio fatica a infilare tutte le cose buone nelle mie borse. Ma devo anche pensare al giorno successivo: secondo la mia pianificazione non ci sarà nessun posto sicuro dove procurarmi da mangiare fino a molto oltre il ponte di confine con la Svezia. A Frederikstad e Begby arriverò probabilmente troppo presto. Spero nel McDonald’s subito dopo il confine svedese.

Nel porto riesco anche a fare un giro completamente inutile perché seguo i cartelli per le auto. Quando mi accorgo dell’errore, riesco appena in tempo a imboccare il traghetto che è già pronto a partire. Ma aiuto! Non ho ancora il biglietto! Oh, per favore, stress, lasciami in pace! Poi scopro che ciclisti e pedoni viaggiano gratis. Bene così.

Sul traghetto mi rinforzo con la cena che mi sono portata dietro. Mi pulisco la bocca e, praticamente subito, siamo già arrivati.

Appena scesa dal traghetto, noto un uomo di colore che sta annaffiando un giardino. Gli chiedo se può dare una sciacquata alla mia bicicletta, ancora coperta di polvere del Rallarvegen. È ben felice di farlo. Sarà però l’ultima volta che mi preoccupo di avere una bicicletta sporca.

Devo continuare. Intorno a me vedo alcuni partecipanti, ma poco dopo il mio percorso svolta, come spesso accade, a destra dentro il bosco. Il gruppo principale segue una sorta di linea ideale, mentre Gabi si ritrova da qualche parte molto più lontano. Solo dopo la gara scoprirò di aver fatto in realtà una piccola deviazione. Però almeno qui c’è silenzio. E ho un’esperienza che quelli sulla strada principale non fanno:

Passo accanto a campi di grano ormai immersi nella penombra e, in mezzo a uno di essi, noto una macchia scura. Ma cosa sarà? Non può essere … Dall’agitazione riesco a malapena ad avviare la fotocamera del telefono. È un’alce femmina! Mi guarda con aria sospettosa. Non oso fermarmi e il video viene inevitabilmente un po’ traballante.

Si fa sempre più buio. Ormai noto chiaramente la differenza rispetto alle notti vissute più di 1.000 chilometri più a nord. Telefono a Hermann. Che bello sentire di nuovo una voce familiare – e, in effetti, semplicemente una voce.

Poi, a un certo punto, dopo una “montagna” di ben 50 metri di dislivello, non ho davvero più voglia di pedalare. Probabilmente è abbastanza normale, dopo quasi 320 chilometri in una sola giornata.

Davanti a me c’è una superficie d’erba irresistibilmente liscia e non si vede una casa nel raggio di chilometri. Un cartello mi informa che sto entrando nel campo da golf dell’Huseby and Hankø Golf Club. E io entro. Mi muovo furtivamente lungo il bordo del prato ben curato, luci spente, in modo che nessuno possa vedermi.

Monto rapidamente la tenda, mi lavo i denti, faccio un minimo di pulizia personale. Sistemo tutto per bene, così al mattino potrò ripartire velocemente. Mi infilo nella tenda, controllo ancora una volta il percorso del giorno successivo, imposto la sveglia su quattro ore e sprofondo come un sasso in un sonno profondo.

Ven, 24.07. – Giorno 5

Rimettere tutto in ordine e caricare la bici richiede ancora troppo tempo. Nel frattempo mangiucchio qualcosa e mando giù un cappuccino in lattina. Dopo tre quarti d’ora, finalmente è tutto sistemato e sono pronta a partire. L’ultima cosa che faccio è sempre la stessa: controllo tre volte che non ci sia qualche cinghia penzolante che rischi di finire nei raggi.

Durante il percorso mi accorgo di avere con me troppa acqua e svuoto una borraccia. Più tardi scoprirò che non è stata proprio una grande idea, perché per un bel po’ non ci sarà modo di fare rifornimento. Anche i miei rifiuti me li porto diligentemente dietro. Di solito passo davanti a decine di cestini prima che mi venga in mente di buttare qualcosa. Si può chiamare “turismo dei rifiuti”? Ormai mi intrattengo con pensieri del genere. E con i calcoli. Passo la giornata a fare conti. A volte per una semplice addizione mi servono anche due ore, più o meno. Sono leggermente in ritardo sulla tabella di marcia, ma non ancora di molto.

È bellissimo pedalare mentre comincia a sorgere il giorno. Chissà, magari riuscirò a vedere un’altra alce, qui in mezzo al nulla? E perché non vedo nessuno degli altri partecipanti? Solo più tardi, guardando la traccia sulla mappa, scoprirò di aver fatto una bella deviazione.

Attraverso Fredrikstad, ancora profondamente addormentata, e poi passo la “Brua”, il ponte sul fiume Glomma. Di nuovo prati, boschi e campi. Mi avvicino allo stretto che separa Norvegia e Svezia e collega lo Skagerrak con l’Iddefjord. Mentre salgo verso lo storico ponte, inaugurato nel 1946 e riservato a pedoni e ciclisti, improvvisamente il cambio smette di funzionare. Il primo spavento lascia presto spazio alla spiegazione: la batteria del mio SRAM è scarica. Per fortuna ho con me una batteria di riserva e il caricatore. La sostituzione è questione di un attimo e metto subito quella scarica sotto carica. Per i prossimi 1.000 chilometri dovrei essere a posto. Speriamo.

Ho già superato 100 metri di dislivello. Le gambe sono un po’ stanche. Del resto, sono ormai al sesto giorno consecutivo in sella. C’è però un’altra cosa che comincia a preoccuparmi: non ho ancora lavato niente. E lentamente tutto comincia a diventare un po’ … appiccicoso. Prima della partenza non avrei saputo come organizzarmi con il bucato. È sempre stato freddo. Anche in hotel, durante le quattro ore di pausa, i vestiti non si sarebbero mai asciugati. Spero che da qui in poi faccia finalmente più caldo. Lavare, appendere tutto ad asciugare sul retro della bici … ma dove? La prossima notte dormirò di nuovo da qualche parte all’aperto, quella dopo ancora sul traghetto … Speriamo!

Sul ponte faccio la foto di rito: davanti a me il fiordo e, dall’altra parte, il nuovo ponte a quattro corsie in cemento armato precompresso, che ha addirittura ricevuto il premio norvegese di architettura.

Da qui scendo verso il grande centro commerciale. È una meta molto amata dai norvegesi che fanno shopping. Evidentemente, però, loro si alzano molto più tardi di me. Io mi ero già pregustata una bella colazione e una lunga sessione di shopping – almeno per quanto riguarda il cibo – e invece trovo tutto chiuso. Persino McDonald’s non ha ancora aperto. Così mi siedo da sola davanti al tempio del fast food e faccio colazione con le ultime provviste: qualche pomodorino, un panino integrale un po’ schiacciato, una confezione di formaggio Cheddar a fette e mezzo litro di Kirsebær Yoghurt, cioè yogurt alla ciliegia. Il cappuccino in lattina l’avevo già bevuto a colazione.

Riparto con lo stomaco più pieno, ma non proprio traboccante di motivazione. Ricomincio a fare i conti. Mi mancano quasi 300 chilometri alla fine della tappa che avevo programmato per oggi, e stamattina ne ho già percorsi 45. Secondo i miei brillanti calcoli, fanno quasi 350 chilometri in una giornata. E domani altri 250 fino al traghetto. Sarà davvero possibile? Questi numeri enormi cominciano a pesarmi. Il traghetto parte poco prima di mezzanotte e dovrei essere a Ystad due ore prima. Non ho ancora comprato il biglietto, perché non ho idea se riuscirò ad arrivare in tempo. Fortunatamente il percorso è quasi pianeggiante. Solo – attenzione, ironia – 2.700 metri di dislivello oggi e circa 1.300 domani.

Ero contenta di essere finalmente in Svezia, ma anche qui arriva subito una piccola doccia fredda. La mia strada corre parallela all’autostrada e il traffico è intenso. Si procede in modo piuttosto monotono, un po’ in salita, un po’ in discesa, ma per la maggior parte del tempo ho la sensazione di pedalare in salita. Le gambe non sono più proprio fresche. E c’è un altro colpo alla motivazione: Hermann mi ha appena detto che, a quanto pare, sulla strada che ho percorso da Moss al ponte di Svinesund normalmente non passa praticamente nessuno. Quindi era davvero una deviazione. Pazienza: quello che è stato è stato. Ormai non serve più pensarci. Almeno era senza traffico. Però continuo a chiedermi se la mia pianificazione sia stata davvero così geniale. Se queste “deviazioni” continuano ad accumularsi, Kalamata diventa un miraggio. Con un percorso più diretto, almeno potrei dormire un po’ più a lungo … In questo momento metto in discussione tutto: la strada dissestata, il vento contrario, il paesaggio poco curato e persino le case.

Cinquanta chilometri più avanti: pausa caffè a Tanumshede. Girella alla cannella – obbligatoria in Svezia –, un altro dolcetto, un panino da portare via e un ottimo caffè macchiato.

Le mie energie vitali tornano miracolosamente. La motivazione risale. La domanda è: per quanto? Al tavolo con me c’è Matthew, un altro partecipante. Purtroppo deve ritirarsi: ha problemi al tendine d’Achille e ormai riesce a malapena ad appoggiare il piede. «La testa funziona ancora», dice, «ma il corpo non ne vuole più sapere». Dopo oltre 1.300 chilometri. Mi chiedo come si possa essere abbastanza folli da scegliere proprio una gara del genere come primo ultra … E io? A parte i pensieri nerissimi, sto benissimo.

Durante il percorso torno continuamente a fare calcoli. Se domani non riuscirò ad arrivare al traghetto entro mezzanotte, dovrò prendere quello del giorno successivo. E questo manderebbe completamente all’aria il mio programma. Che è già calcolato al millimetro.

Le pale eoliche girano velocemente. Il cielo è piuttosto cupo e grandi nuvole gonfie sono appese basse. Ci manca solo la pioggia.

Di nuovo mi ritrovo a pedalare accanto all’autostrada. In realtà l’aria non è neanche così male. D’altra parte, quasi tutte le auto che passano sono elettriche.

Non sto abbastanza attenta e una piccola svista mi porta lungo una strada sterrata, prima di ritrovarmi di nuovo sul percorso. Nemmeno un metro in più del necessario: tornare indietro non è contemplato.

Sulla mappa il mio percorso sembra abbastanza rettilineo. In realtà oggi è un continuo zigzag: prima da una parte dell’autostrada, poi dall’altra. Attraverso paesi, poi di nuovo boschi e campi. A posteriori, farò fatica a ricordare qualcosa di particolarmente caratteristico. Un tratto a sud di Uddevalla, però, me lo ricorderò bene. Decine e decine di auto d’epoca mi sorpassano o mi vengono incontro. Una piccola ricerca mi rivelerà che proprio quel fine settimana si svolge il raduno annuale di auto d’epoca “A-Bombers Old Style”, in un campeggio lungo il mio percorso. Auto americane classiche fino al 1956, di tutti i colori e di tutte le dimensioni, sfilano proprio sulla mia strada. Per la mia gioia. O forse no.

Anche il vento non sembra sapere bene cosa vuole. A volte arriva di lato, altre volte mi spinge con decisione – ma purtroppo quasi sempre da davanti.

La Svezia ha un numero infinito di laghi. Il mio percorso mi porta da uno all’altro. Alcuni sono pieni di turisti, altri sono completamente isolati nel bosco.

A un certo punto della giornata non rimane ormai molto. A posteriori, questa non è stata certo la mia giornata migliore dal punto di vista della motivazione. Probabilmente anche per lo stress di avere continuamente in testa la domanda: riuscirò davvero a percorrere tutti quei chilometri fino al traghetto?

Comincia a piovere, prima solo qualche goccia. Telefono a Hermann e a nostra figlia Katrin e riescono un po’ a tirarmi su il morale e, in qualche modo, a “spingermi” oltre le colline successive. Non sono grandi ostacoli, al massimo 80-100 metri di dislivello, ma spesso piuttosto ripidi.

Non so ancora dove dormirò. Il paesino di Älsvered, che rappresenta la fine della mia tappa programmata, è ancora 20 chilometri più avanti. Ma la stanchezza comincia a presentare il conto. Sono quasi le 23. In un piccolo paese, Torestorp, scopro un posticino adatto in un piccolo parco tra le case, abbastanza distanziate tra loro. Monto la tenda sotto un albero. Appena ho completato le solite operazioni e mi sono infilata nella tenda, comincia a piovere leggermente.

Mi addormento lentamente.

SAB, 25.07. – Giorno 6

Molto presto, alle tre e mezza, suona la sveglia. Oggi devono bastare cinque ore di pausa, montaggio e smontaggio della tenda compresi. La scuoto bene per eliminare un po’ d’acqua, ma è ancora fradicia e devo rimetterla così com’è nelle borse. Un peso extra che oggi dovrò trascinarmi dietro. La strada è quasi tutta pianeggiante, però, quindi almeno questo.

La pedalata è bellissima: boschi profondi, radure, laghi. Ci sono anche dieci chilometri di sterrato. Ma appena 20 chilometri più avanti mi colpisce un’altra ondata di sonnolenza. Punto verso una pensilina dell’autobus. Prima devo spostare dalla panchina alcune cassette di libri: evidentemente qui c’è anche una piccola biblioteca pubblica. Poi mi sistemo, imposto la sveglia su dieci minuti e… naturalmente non riesco ad addormentarmi. Così riparto prima ancora che siano trascorsi i dieci minuti. Oggi, in qualche modo, non riesco proprio a ingranare.

Poco dopo, altra sosta: pausa toilette e, già che ci sono, qualche mirtillo. Una telefonata con Hermann non porta nemmeno il solito carico di motivazione. Anzi. Mi informa che, con il percorso che ho scelto attraverso l’interno del Paese, sono praticamente l’unica. Tutti gli altri seguono la costa. Bene! Motivazione: meno cinque.

La strada è deserta e attraversa il bosco. Caprioli, lepri e nessun altro essere vivente a quest’ora del mattino.

Dopo un’inaspettata colazione con due enormi dolci e due grandi caffè macchiati, improvvisamente le cose iniziano ad andare davvero bene. Per circa 60 chilometri procedo alla grande. Poi arriva una pizza e, stranamente, sembra andare di nuovo un po’ meglio. A quanto pare, ormai il mio corpo è abbastanza facile da accontentare.

Mi restano 100 chilometri fino a Ystad. Oggi ne ho già percorsi 150. I miei pensieri diventano un po’ più positivi quando mi accorgo che sto avanzando abbastanza velocemente. Il traghetto è prenotato, anche se non ci sono più cabine disponibili.

Mi ero già pregustata otto ore di sonno in un vero letto, ma evidentemente ho aspettato troppo. Il bucato dovrà aspettare fino alla Polonia. Considerando che indosso gli stessi vestiti da ciclismo ormai da una settimana, non va nemmeno così male. Il freddo ha impedito di sudare troppo. Una veloce lavata con il mio panno tecnico rosa sembra essere stata sufficiente.

Oggi faccio anche una sosta a un distributore per una girella alla cannella, caffè e Coca-Cola. E proprio lì mi ricordo che ho ancora una cosa da fare: con il vento che soffia bello forte, appendo la tenda ad asciugare. Finalmente! Almeno riesco a liberarmi di un po’ di quel peso extra.

Non c’è molto di spettacolare da raccontare delle strade attraverso boschi e campagne. A posteriori ricordo sorprendentemente poco. A volte una ciclabile, a volte una strada, poi di nuovo boschi, seguiti da ampi campi e foreste di latifoglie. Il paesaggio semplicemente scorre davanti ai miei occhi.

A Hörby finiscono le mie stradine secondarie e per i successivi 50 chilometri devo percorrere una strada molto trafficata. C’è una stretta corsia laterale, separata dalla carreggiata da una striscia bianca in rilievo. Passarci sopra con la bici provoca un fastidioso continuo scuotimento.

Avevo cominciato a chiedermi se la mia decisione di scegliere un percorso lontano da tutti gli altri fosse stata davvero così brillante. Ora, invece, sono quasi contenta della mia scelta. Alcuni partecipanti mi raccontano che durante il loro attraversamento della Svezia hanno percorso per lo più strade proprio come questa. Terribile!

La tappa successiva è Sjöbo. In un grande supermercato faccio rifornimento per la traversata in traghetto. Riesco a malapena a infilare tutta la roba nelle borse. Mi riprometto di sistemare tutto meglio al porto, quando sarò sicura di essere arrivata con sufficiente anticipo.

Fino a quel momento ero convinta di avere tutto il tempo del mondo per arrivare tranquillamente al traghetto. Poi mi rendo conto con orrore che mi restano ancora 25 chilometri e il tempo scorre. Incontro Kiki e Andreas, ma già alla curva successiva spariscono di nuovo. Io più veloce proprio non riesco ad andare. Per fortuna ora c’è una ciclabile. Attraverso ampi campi di grano e passo probabilmente per l’ultima volta davanti alle belle casette di legno rosse, così caratteristiche del paesaggio nordico.

Finalmente raggiungo Ystad. Sono sorpresa da quanto sia grande la città portuale e devo chiedere indicazioni per trovare il porto. Lì ritrovo parecchi dei miei compagni di gara, già in fila. Sta lentamente facendo buio. Non ho molto tempo per preparare la mia sistemazione per la notte, quindi raccolgo in fretta telo per terra, sacco a pelo e qualcosa da mangiare. E subito ci fanno salire sul traghetto.

A quanto pare, oggi la mia tabella di marcia non era poi così generosa come pensavo.

Almeno sono sollevata di essere tra i primi a salire a bordo. E scopro che ho trascinato inutilmente il sacco a pelo per tutti quei chilometri: Kiki e Andreas riescono a ottenere una cabina alla reception prima di me. E, incredibilmente, ne è rimasta ancora una. Solo per due persone, però, e non ci sono più cabine per sole donne. Decido sul momento di condividerla con Filip. Posto letto assicurato!

Dopo aver mangiato un intero barattolo di aringhe marinate, finalmente posso farmi una doccia. Una doccia lunga e meravigliosamente calda. Poi sprofondo in un sonno profondo.

Al mattino mi lancio sul ricco buffet della colazione. Riempio il piatto fino all’orlo e poi torno a fare il bis – chissà quando ci sarà di nuovo un pasto decente? Frutta, insalata, yogurt, formaggio, muesli, pane, tutto mescolato insieme e accompagnato da diversi cappuccini. Quando la sala da colazione comincia lentamente a svuotarsi, mi rendo conto con orrore che stiamo per attraccare a Świnoujście.

C’è appena il tempo per dare una sistemata alla bici e riporre tutto con ordine. Poi la nave ci sputa fuori in Polonia.

Da Świnoujście mi aspettano ora circa 1.000 chilometri, con quasi 9.000 metri di dislivello, fino al CP2 in Slovacchia. Prima dovrò affrontare ancora due parcours obbligatori, uno dei quali con una bella dose di sterrato. Oggi è domenica e il cut-off è giovedì alle 11.

La tensione sale.

Ce la farò?

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Prossima tappa: Da Svinemünde to CP2