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Video giorno 14:

Giorno 14 – Venerdì 29 agosto 2025
5 km fino all’incidente
Hermann: 150 km fino a Karakol, poi altri 340 km in taxi fino all’ospedale di Biškek
Gabi: 150 km in “taxi” per recuperare le biciclette, 150 km di ritorno a Karakol, poi fino a Biškek

Facciamo colazione nella tenda: fuori la temperatura è sotto lo zero.


Trovo ancora un piccolo sacchetto di Morgenstund, e per fortuna abbiamo abbastanza gas per scaldare l’acqua. Ci gustiamo quella che, scherzando, chiamiamo la nostra “ultima cena”. Naturalmente non sappiamo ancora quanto quella battuta si rivelerà profetica.

La tenda, coperta di brina in questa mattina gelida, viene smontata per l’ultima volta. Tutte le altre cose trovano posto nelle borse. È proprio ora di tornare alla civiltà: l’ordine non è certo il nostro forte, e non siamo solo noi ad avere bisogno di una buona dose di pulizia. Ma quest’ultimo giorno vogliamo ancora godercelo.

Le mie scorte di snack stanno finendo, ma riesco a scovare ancora qualche Snickers e un po’ di orsetti gommosi. Saremo in viaggio tutto il giorno, senza possibilità di rifornirci, ma per pranzo abbiamo ancora pesce in scatola, formaggio e pane. Ci aspettano circa 150 chilometri: prima 25 km attraverso questa valle solitaria fino a una stazione militare, poi un’altra salita fino al passo Chon Ashuu, a quasi 4.000 metri. Il piano promette qualche chilometro di asfalto. Bene!

Dal passo fino a Karakol ci attendono quasi 100 chilometri di discesa.
Se tutto va bene, arriveremo in serata. Saremo un giorno intero davanti alla “Snail”. Chi l’avrebbe detto! Sono felice per Hermann. Anche se, dopo i miei tre giorni di stop, non compare più nella classifica ufficiale, sarà comunque un finisher. Fantastico!

Mio marito mi riporta alla realtà, interrompendo le mie fantasticherie mattutine. Dobbiamo partire se vogliamo arrivare a Karakol prima che faccia buio. Lui è già in sella, mentre io sto ancora sistemando le mie cose. Come sempre. Hermann non manca mai di prendermi un po’ in giro: “Ma cosa stai ancora knafln?” (“Knafln” nel dialetto altoatesino significa perdere tempo, trafficare — detto in modo affettuoso ma un po’ canzonatorio.) È proprio vero: cerco sempre, quasi invano, di mettere un po’ d’ordine nel mio caos. Il problema è che, una volta in viaggio, non trovo mai ciò che mi serve, perché ogni cosa ha cambiato posto. Insomma, una seccatura!

Hermann è già scomparso dietro la curva successiva quando finalmente mi metto in marcia anch’io.
Il sentiero è ghiaioso, con sassi più grossi ai lati e piccoli cumuli di pietrisco da attraversare ogni tanto. Resto sulla destra — sembra la parte migliore. Per fortuna non abbiamo percorso questo tratto di notte.

Un’altra curva — e oops, qui diventa davvero ripido. Sposto il peso all’indietro, freno con forza, cercando di ricordare quello che Hermann dice sempre: “Lascia il manubrio morbido, la bici troverà da sola la sua strada.” Ma qui è davvero troppo ripido per me. Scendo.

Alzo lo sguardo davanti a me…
Hermann???
Eccolo lì, nel tratto più scosceso, seduto in mezzo al sentiero a due corsie, la bici accanto a lui, qualche piuma che fluttua nell’aria. Penso che tra un attimo si rialzerà per ripartire. Ma non lo fa.

In un attimo sono da lui, appoggio la bici contro la parete rocciosa e mi inginocchio accanto.
«Che è successo?»

Hermann racconta di ricordare vagamente di aver voluto passare dalla traccia di sinistra a quella di destra. Nella fascia di ghiaia grossa al centro la ruota anteriore deve essersi bloccata, e la bici lo ha disarcionato. Non riesce a muovere il piede destro — quando ci prova, sente dolore all’inguine. Che fare? Ci fermiamo un momento a riprendere fiato. Forse è solo una contusione. Ma dobbiamo spostarci dal sentiero. Trascino la bici al bordo. Il punto è un po’ cieco — se arrivasse un ciclista a tutta velocità, ci vedrebbe solo all’ultimo istante. E infatti, ecco qualcuno che scende — Peter? Ethan? Non sappiamo. Gli spieghiamo cos’è successo e discutiamo su cosa fare. Qui, alla fine del mondo, internet non esiste. Chissà quando avremo di nuovo campo.

Capito ormai che è impossibile proseguire, il ciclista promette di cercare aiuto appena incontrerà qualcuno più a valle.

Siamo sotto zero. Il sole sta sorgendo, ma sull’altro versante della montagna. Avvolgo Hermann nel sacco a pelo, lo aiuto ad appoggiarsi alla parete di roccia, lo copro con tutti i vestiti che riesco a trovare. Per ora non ha freddo. Ma cosa fare? Il pulsante SOS ci sembra da escludere — serve per situazioni di pericolo di vita, e probabilmente non siamo ancora a quel punto.

Con la coda dell’occhio noto un movimento più in basso. Solo adesso vedo un recinto per le pecore e, accanto, una minuscola casetta. Un uomo ne è appena uscito. Corro giù da lui. Con l’aiuto del traduttore sul mio telefono gli spiego l’incidente. Per fortuna ho scaricato il russo e il kirghiso, quindi posso usarli offline. Chiedo se nei dintorni ci sia internet per chiedere soccorso. Scuote la testa, poi dice che circa dieci chilometri più a valle c’è una casa con internet — o almeno così mi pare di capire. Poi mima di montare a cavallo, poi di guidare un’auto, e se ne va verso le montagne.

Torno da Hermann senza aver risolto nulla.
Monto il fornellino a gas perché possa bere qualcosa di caldo. Dalla casetta sotto di noi esce una donna e si dirige verso una specie di latrina — quattro pali e un telo intorno, come dappertutto. Quindi, a quanto pare, qui ci sono più persone di quanto pensassi.

Non passa molto tempo che il pastore scende dal pendio della montagna, tenendo per una lunga corda un cavallo sellato. I due si avvicinano a noi. Con un gesto, mi fa capire che Hermann deve salire a cavallo.
Ma è impossibile. L’uomo, alto almeno due teste meno di Hermann, lo solleva senza esitazione e se lo carica sulla schiena, portandolo giù per i duecento metri fino alla sua piccola capanna.

Raccolgo tutte le nostre cose sparse intorno. Poi il pastore torna su, mi indica e poi indica la capanna. Afferra la bici di Hermann e — prima che possa dire qualcosa — si lancia in sella. Trattengo il respiro. Il prossimo incidente? Il pendio è ripido, la bici troppo grande per lui. Scendo cauta dietro di lui, scrutando ogni suo movimento. Ma con sorprendente abilità affronta la strada di ghiaia, il bordo erboso e il tratto sconnesso di prato fino alla capanna.

Tolgo le scarpe ed entro nel minuscolo rifugio. La casetta, non più grande di tre metri per tre, è interamente coperta di coperte. Due bambini piccoli dormono ancora. Lo spazio è talmente ridotto che a malapena quattro persone potrebbero sdraiarsi una accanto all’altra. Hermann è già appoggiato sulle coperte.

Ci consultiamo. Decido di provare a percorrere i dieci chilometri che dovrebbero separare la capanna dal fondo valle per avvisare Nelson, così che possa mandarci un “taxi”. La strada, a quanto pare, è percorribile. Lascio ai nostri ospiti tutto ciò che mi resta: una scatoletta di pesce, una confezione di formaggio, dei biscotti, un filone di pane — poi parto.

Non faccio molta strada: subito devo attraversare un torrente. Non ci penso due volte e mi ci butto dentro. Piedi bagnati non sono nulla in confronto alla ferita di Hermann; non posso permettermi di essere schizzinosa o perdere tempo a togliermi le scarpe. Avanti!

Sono appena risalita in sella, tremando dal freddo, quando vedo avvicinarsi un’auto bianca. (Se chiedete a una donna — cioè a me — che macchina fosse, vi dirà semplicemente: “una bianca”.) Faccio un cenno per fermarli; il finestrino si abbassa e due volti mi guardano incuriositi. Chiedo se parlano tedesco o inglese. Sono completamente sconvolta e parlo a fatica; loro sembrano capire solo che sto cercando una connessione internet. Mi spiegano che non ce n’è fino a Karakol — almeno 150 chilometri più in là. Poi ripartono.

Disperata, continuo a pedalare. Non ho fatto nemmeno cinque chilometri dalla capanna quando incontro Paolo V. — italiano, con mio grande sollievo. Mi racconta che — chiamiamolo Peter — gli ha parlato dell’incidente e che, grazie al suo tracker con funzione di messaggistica, hanno già informato Nelson. Ma ancora nessuna risposta.

Vedo che la macchina bianca sta tornando. Paolo mi racconta che la coppia di turisti aveva passato la notte lì vicino, dormendo in auto. Erano partiti per andare a prendere Hermann. Greta e Alessandro ci spiegano che non erano riusciti a trovarlo e quindi erano tornati indietro. Scopriamo presto che siamo tutti e quattro italiani — e la comunicazione diventa subito più semplice. Lascio la mia bici a terra e salgo con Alessandro per andare da Hermann.

Nel frattempo, nella piccola capanna, il giaciglio è stato sistemato e Hermann è stato invitato a fare colazione. Al centro della stanza, su un piatto, si accumulano ossa già rosicchiate. La famiglia di pastori aiuta Hermann a salire sul sedile del passeggero del loro Mitsubishi 4×4 — bianco, come ho appena scoperto (sì, bianco anche quello…). La bici di Hermann resta alla capanna: nel fuoristrada non c’è posto per i nostri cavalli d’acciaio. Alessandro guida, Greta ed io ci sistemiamo sulla piattaforma posteriore. Comodo non è — e la visuale si limita alla strada davanti a noi.

Il mio unico pensiero è arrivare a Karakol. Scendendo nella valle, passiamo accanto al punto dove avevo lasciato la mia bici distesa sull’erba. Ci fermiamo e la nascondo dietro a un mucchio di pietre. Poco più in là noto una casetta semplice con la facciata arancione — me la segno come punto di riferimento per ritrovarla. Ma mi prende un senso di angoscia al pensiero di dover rifare tutta quella strada: prima dovrò trovare qualcuno disposto a riportarmi fin qui, e chissà quando. E Hermann? Che ne sarà di lui? L’ospedale? Dovrà andarci da solo.

Per ora però sono qui. Quel che deve succedere, succederà — che io mi preoccupi o no.

Greta e Alessandro sono di Roma e stanno trascorrendo le vacanze qui in Kirghizistan, facendo un giro dei luoghi più belli. Mi raccontano che uno dei momenti più speciali è stato passare la notte quassù, con lo scenario da sogno del Tian Shan sullo sfondo. Comunque erano già diretti verso Karakol: il carburante stava per finire. Questo alleggerisce un po’ il mio senso di colpa — almeno non devono percorrere quei 150 chilometri difficili solo per noi.

La strada sterrata ci scuote ben bene, ma per fortuna Hermann non ha troppo dolore. Il tracciato segue un fiume impetuoso, a volte vicino all’acqua, a volte più in alto sul pendio. In molti punti la terra è franata lungo il bordo, e io non oso guardare giù nel precipizio. Io, qui, non ci guiderei mai. Ma Alessandro lo fa con calma, con una sicurezza sorprendente.

Vent chilometri più avanti arriviamo al posto di controllo militare di cui ci avevano parlato. Greta e Alessandro mostrano il loro permesso cartaceo. Su di noi gli sguardi sono interrogativi. Consegnò il mio passaporto e, con l’aiuto del traduttore, scrivo che sono una partecipante del Silk Road Mountain Race. Il soldato mi guarda perplesso — ci sta prendendo in giro? Una gara ciclistica senza biciclette? Davanti scoppia un po’ di agitazione: Hermann si è appena accorto che il suo passaporto è rimasto nella borsa della bici. Ha solo la carta d’identità. Per un momento sembra che non ci lasceranno passare. E adesso? Tornare indietro di venti chilometri non si può: la benzina non basterebbe. Cerchiamo di spiegare tutto con Google Translate, e alla fine le guardie hanno pietà di noi. Possiamo proseguire.

La strada asfaltata che dovrebbe portare al passo c’è, sì… ma è in pessime condizioni. Le buche profonde e dai bordi taglienti ci scuotono senza pietà. Povero Hermann. Poi di nuovo ghiaia. Dopo ore di sobbalzi, faccio fatica a restare seduta dritta, senza nulla a cui appoggiarmi. Alla fine trovo il coraggio di chiedere a Greta se posso sdraiarmi un po’. Da quella posizione riesco anche a vedere meglio il paesaggio, e per qualche minuto mi addormento.

Dopo sei lunghe ore ce l’abbiamo fatta. Ci lasciano nell’area d’arrivo, dove il medico dell’organizzazione prende in carico Hermann. Ringrazio più volte i nostri due soccorritori, ma loro si rifiutano categoricamente di accettare qualsiasi cosa, nemmeno il pieno di benzina. Più tardi dovranno perfino tornare indietro perché il casco di Hermann era rimasto nella macchina. Accidenti! Ancora un enorme grazie a Greta e Alessandro di Roma!

Presto diventa chiaro che Hermann deve andare in ospedale. Il più vicino? È a Biškek — altri 340 chilometri. Io non posso seguirlo, perché decidiamo che dovrò cercare un modo per recuperare le nostre biciclette. Ci rivedremo solo due sere dopo.

Il padre di Nelson, gentilissimo, mi accompagna al negozio più vicino per comprare provviste per me e per Hermann. Poi Hermann viene fatto salire su un taxi: arriverà circa otto ore più tardi, intorno a mezzanotte, e verrà visitato.

Io invece mi aggiro come in trance nell’area d’arrivo. Vedo solo di sfuggita alcuni ciclisti tagliare il traguardo, ma la cosa mi scivola addosso — ho ben altri pensieri. Come farò a recuperare le nostre bici? Riuscirò a smontarle e imballarle da sola? E come mi muoverò poi a Biškek con due enormi scatoloni da bici? Ma prima devo andare a prenderle. Non ho idea di come farò — è già quasi le tre e mezza del pomeriggio. E non ho neanche un hotel per la notte.

Proprio mentre sto pagando alla cassa del supermercato, arriva di corsa il padre di Nelson: dobbiamo sbrigarci, perché Nelson è riuscito a trovarmi un taxi.

Saluto in fretta mio marito e cerco il taxi fuori dal cancello — ma non vedo nulla, solo una piccola scatoletta di latta. Davvero? Quello sarebbe il taxi? Mi presentano Nikolai, un giovane biondo con la barba: sarà lui a portarmi, con quella scatoletta di metallo, oltre il passo Chon Ashuu fino alla valle sperduta.

Mi infilo nell’ultima fila di sedili, piuttosto malandati — in tutto ce ne sono tre, contando quello del conducente. Cinture di sicurezza? Nemmeno l’ombra.

Nikolai parte a razzo, serpeggiando nel traffico del pomeriggio. Più di una volta chiudo gli occhi e trattengo il respiro, come se bastasse per farci diventare più stretti, mentre lui si infila in terza corsia per superare altre auto che già stanno sorpassando — e questo nonostante il traffico in senso opposto.

Per fortuna, dal fondo vedo poco. E, finché c’è ancora campo, approfitto per sistemare alcune cose. Devo avvisare i nostri figli, Katrin e Lukas — stanno andando verso un rifugio di montagna. Se vogliono darci una mano, devono farlo subito. Mando loro tutti i dati delle assicurazioni, del Club Alpino e della nostra polizza di viaggio europea. Katrin promette di contattarli, ma prima vuole sentire direttamente Hermann per capire quanto sia grave la ferita.

Sollevata, mi lascio cadere contro il sedile. Una preoccupazione in meno. Anche se più tardi avessi ancora campo, non potrei comunque fare molto: il mio piano telefonico permette solo chiamate interne al Kirghizistan.

La mia attenzione ritorna al qui e ora. Nonostante la strada rattoppata, è piena di buche, e più di una volta vengo letteralmente catapultata fino al soffitto. In silenzio, nella mia mente, chiedo perdono ai miei genitori — quasi novantenni e ottantacinquenni — che forse dovranno invecchiare ancora un po’ senza la loro unica figlia.

Ma che scelta ho? Chiedere di scendere? Impossibile. Mi rassegno al mio destino. Restare tranquilla… anche quando, tra le montagne, l’abisso si apre vertiginoso proprio accanto a noi.

Provo con un po’ di “corruzione”: porgo a Nikolai metà del mio panino, qualche biscotto e uno Snickers. Non so se si possa definire gesto di ospitalità, ma lui immediatamente mi offre metà del suo KitKat in cambio. Il suo stile di guida, però, non cambia di una virgola. Di tanto in tanto, Nikolai mi lancia uno sguardo nello specchietto retrovisore, per controllare come se la cava “la Gabi là dietro”.

Prima del passo, Nikolai — ovviamente — prende la scorciatoia, che sembra salire in verticale. È impazzito? Lui ride. E la piccola scatoletta di latta riesce a salire fin lassù, senza trazione integrale né elettronica, dove qualunque SUV moderno si sarebbe già arreso.

Devo ammetterlo: onore alla scatola di metallo. Il motore geme e ansima in salita, ma Nikolai non ha pietà. E finalmente eccoci in cima al passo Chon Ashuu. Il veicolo può riposare un po’ e Nikolai si accende una sigaretta.

Durante la pausa “conversiamo” attraverso il traduttore. Nikolai mi racconta qualcosa di più sulla sua macchina:
costruita nel 1988, è un piccolo furgone della ditta russa UAZ, chiamato Tabletka (таблетка), cioè “pillola”, per via della sua forma rotonda.

Quando ripartiamo, Nikolai mi fa un gesto invitante e mi accomodo accanto a lui davanti. Si riparte. Il motore adesso può respirare, perché la strada scende a perdita d’occhio. La vecchia Tabletka sobbalza sulla pista sterrata e piena di buche come se dovesse rovesciarsi da un momento all’altro. Con il passo così corto e il baricentro così alto, ad ogni curva mi aggrappo istintivamente al sedile.
Eppure — in qualche modo — continua ad andare avanti, come se fosse indistruttibile. Per evitare le buche, Nikolai devia continuamente sulla banchina di ghiaia, a pochi centimetri dal vuoto.

Raggiungiamo il posto di blocco militare. Per fortuna Nikolai riesce a risolvere la questione del mio “permesso” — lui ne ha uno.

Mancano ancora venti chilometri per scendere nella valle, e qui la strada diventa davvero pessima. Ma Nikolai non rallenta affatto: spinge la sua Tabletka con la stessa disinvoltura, attraversando buche profonde o sfiorando pericolosamente il bordo.

Tra la parete rocciosa e l’abisso perdo quasi i nervi. Perché proprio adesso mi viene in mente la parola inglese abyss? Suona profonda, oscura — e troppo vicina per i miei gusti, visto che comincia esattamente accanto alle gomme.

In lontananza scorgo già la minuscola capanna, con la bici di Hermann davanti. Ma un pensiero mi assale: non vedo il mucchietto di pietre dietro cui avevo nascosto la mia. Abbiamo appena superato una casa, ma era imbiancata di bianco. E se la mia bicicletta non la trovassimo più?

La famiglia del pastore ci accoglie con calore. Ho portato qualche biscotto per i bambini. Cerco di scambiare due parole con la donna e i suoi figli, più a gesti che con le parole.

Nel frattempo, Nikolai gira intorno all’auto, la ispeziona con attenzione. Dopo quella corsa infernale su buche e sassi, sarà ancora tutto intero? Si china sul davanti: cosa sta controllando? L’albero di trasmissione? Forse i colpi hanno allentato qualche vite o provocato delle crepe? Ci sarà una perdita? Non c’è da stupirsi — oggi Nikolai ha chiesto tutto al suo Bukhanka. A causa della sua forma tondeggiante, i russi lo chiamano affettuosamente “il filone di pane”.

La bici di Hermann non entra in macchina al primo tentativo. Dobbiamo smontarla? Dopo un po’ di tentativi ci riusciamo, anche se il manubrio largo punge Nikolai sul collo mentre guida. Dopo qualche scossone, tutto sembra sistemarsi da sé.

Rimane però la domanda angosciante: troveremo la mia bici? E sarà ancora lì? So che dovrebbe trovarsi a circa cinque chilometri da qui, subito dopo il guado del torrente — vicino a quella casa arancione che ricordo bene.

Guardo ansiosa attraverso il parabrezza. Dov’è il mucchio di pietre? Poi, sulla destra, appare una facciata arancione: è la stessa casa di prima, bianca da un lato e arancione dall’altro. Ecco da dove veniva la confusione!
Con un sospiro di sollievo, scorgo vicino al fiume il piccolo cumulo di pietre — tutto è ancora lì, esattamente come l’avevo lasciato più di dieci ore prima. Meglio non pensare a tutto ciò che è successo nel frattempo… o a quello che ancora mi aspetta.

Il viaggio di ritorno è un’avventura vera e propria. Nikolai lancia il suo furgoncino sovietico a più di 80 km/h su una strada piena di solchi e in forte pendenza. Seduta davanti, sento ogni scossa — e tutto questo senza cintura di sicurezza. In caso di incidente, finirei dritta attraverso il parabrezza. Ma ormai mi sono rassegnata al mio destino.

Attraversiamo per la terza volta la sbarra del posto di blocco militare. Sulla salita verso il passo superiamo un ciclista, poi un altro. Nikolai scuote la testa incredulo — stanotte, quassù, la temperatura scenderà ben sotto lo zero, quasi a 4000 metri. Che follia, pensa, pedalare qui con tutto quel bagaglio.
Io invece penso che la folle, in questo momento, sono io.

Il crepuscolo colora il cielo: le sagome delle montagne si stagliano contro un orizzonte rosso sangue. Uno spettacolo magnifico. Se solo Hermann potesse vederlo. Come starà? È già arrivato in ospedale? Lo dimetteranno domani? Per fortuna non sa le paure che sto vivendo adesso. Dopo la breve sosta sul passo Chon Ashuu — la terza volta oggi — si scende di nuovo. Con orrore mi accorgo che Nikolai sceglie ancora la scorciatoia più ripida.

Alla luce dei fari vedo chiaramente ogni sasso, ogni buca. Paura? Rassegnazione? O forse fiducia — non abbandono, ma fede nelle mani al volante e nella vecchia Tabletka che, incredibilmente, tiene sempre la strada.
(Chi vuole farsi un’idea del viaggio, guardi il video del Giorno 14, intorno al minuto 1:05.)

Finalmente restano solo quaranta chilometri fino a Karakol. L’asfalto è un mosaico di toppe, peggio delle strade sterrate, ma la fine è vicina. E finalmente ho di nuovo campo.
La Tabletka si ferma, la portiera si apre, scarichiamo le bici.

Nikolai vuole dirmi qualcosa — capisco solo la parola “economia”… non afferro il senso. Poi spiega: Nelson gli aveva detto prima di partire che era urgente. Ecco spiegata quella corsa infernale, a tutta velocità, ignorando ogni buca!

Gli porgo il denaro meritato. Non poco — ma ho recuperato le nostre bici e, soprattutto, sono viva!
Faccio i complimenti alle sue doti di guida e, quasi per caso, gli chiedo quanti anni ha. Solo ventidue!

C’è allegria nella zona d’arrivo: altri partecipanti vengono accolti tra applausi. Io no. Io sono solo una DNFdid not finish — da diversi giorni ormai. E adesso, direi… doppia DNF.

Sono già passate le nove di sera quando finalmente appoggio le mie cose a terra.
Mi chiedo che cosa mi porterà questa notte. Non ho nemmeno una stanza.
Per prima cosa voglio trovare il ristorante che mi ha consigliato Armin, non lontano dall’area d’arrivo. Con l’aiuto di Google Maps mi incammino. La strada è completamente buia. Normalmente mi sentirei a disagio a camminare da sola a quest’ora, ma dopo tutte le situazioni terribili vissute oggi, non mi è rimasta più alcuna paura.

Al Duet Coffee Shop c’è ancora un po’ di movimento. E la cosa migliore è che il locale ospita anche un ostello, e c’è perfino una stanza libera per me.
Posso anche mangiare qualcosa, nonostante l’ora tarda. Il posto è pieno di ciclisti. Vedo Jos e Markus e mi siedo con loro. Poi arriva anche Armin.

Più tardi crollo in un sonno, per fortuna, senza sogni – ma non prima di aver parlato brevemente con Hermann al telefono. Mi dà la terribile notizia: frattura del collo del femore. I medici gli hanno consigliato un intervento urgente, perché con quel tipo di frattura sarebbe necessaria una protesi all’anca. Ma vuole prima confrontarsi con i suoi medici a casa e discutere tutto con le assicurazioni.

La mattina seguente mi racconta che è stato trasferito in un altro ospedale. Per il momento non vuole essere operato, e comunque non c’era un letto disponibile. Il viaggio in ambulanza, sdraiato per tutto il tempo, è stato piuttosto doloroso. Ora si trova in una clinica ortopedica privata a Bishkek, collegata alla facoltà di medicina dell’università. La struttura è diretta dal padre e dal figlio, Sovetbek Kumushbekovich Kazakov e Iygilik Kazakov, specialisti in anca e ginocchio.

Nonostante tutto, Hermann è di buon umore. Dice che sta bene, che ha tutto ciò di cui ha bisogno: un letto, da bere e da mangiare.

Per me invece la giornata si annuncia titanica: devo preparare le biciclette per il volo.
Prima, una buona colazione – e poi la ricerca di un nuovo alloggio. Per fortuna, la prenotazione che avevo cancellato all’Hotel Ordo è di nuovo disponibile. Anche Armin alloggia lì.

Ripensandoci, ho la sensazione di aver vissuto quella giornata come in trance. Non avevo un vero piano. Dovevo smontare le borse, smontare le due biciclette, sistemare tutto nelle valigie e nei cartoni, ricordandomi di mettere tutti i dispositivi a batteria e le pile nel bagaglio a mano.
Avevamo già imparato quella lezione, durante la GBDuro in Inghilterra e Scozia: cosa succede quando al controllo scoprono dei pacchi con “contenuto sospetto o pericoloso”.

Un enorme grazie ad Armin, Jos e Markus, che si sono presi carico della maggior parte del lavoro.
Il mio contributo consisteva più che altro nel correre avanti e indietro, in modo confuso e agitato, senza riuscire davvero a combinare nulla. Avevo troppe cose per la testa.
Non c’era nemmeno più del nastro adesivo — per fortuna, Jos mi ha prestato il suo.

Ogni tanto lanciavo uno sguardo pieno d’invidia ai finisher che continuavano ad arrivare. Potevamo essere anche noi, lì…

Alla fine, tutto è stato sistemato: le borse riposte nei contenitori, i bagagli accatastati insieme a centinaia di altre custodie per bici. Non riuscivo a immaginare come tutti quei colossi sarebbero arrivati fino a Bishkek.

Poi, finalmente, in hotel per un po’ di riposo — dovevo almeno recuperare un po’ di energie per la festa dei finisher, la sera.

Ho parlato di nuovo con Hermann. Stava bene, non aveva dolori, e stava cercando di risolvere tutto con le assicurazioni. Quella europea si era tirata completamente indietro, appellandosi alle clausole in piccolo — nessuna copertura per le competizioni!
Sembra invece che l’assicurazione dell’AVS possa intervenire. Forse ci sarà un rimpatrio a breve, così Hermann potrà essere operato a casa. Nel frattempo aveva compilato e inviato un questionario dopo l’altro.
In ospedale non gli mancava nulla, anche grazie a Marina, che si trovava nella stanza accanto con sua madre e si prendeva cura anche di lui. Che gentilezza! E che sollievo per me.

Ma ora si presentava un altro problema: potrò davvero prendere il volo per tornare a casa con entrambe le valigie della bici?
Sono entrambe prenotate, sì, ma la compagnia Pegasus permette solo un collo per passeggero. Forse uno dei partecipanti della Silk Road potrebbe portarne una per me… A Monaco Katrin potrebbe ritirarla al nastro bagagli.

Continuavo a tempestare il povero Armin di domande — scusa, non dev’essere stato piacevole starmi accanto in quelle condizioni.

La festa dei finisher mi è passata quasi inosservata. Non avevo alcuna voglia di festeggiare. Ho mangiato qualcosa, ho scambiato qualche parola con alcuni ciclisti incontrati lungo la strada e poi me ne sono andata.
Camminare a piedi, attraverso i quartieri bui di Bishkek, non mi faceva alcuna paura — tanto bui erano anche i miei pensieri.

La mattina seguente, dopo una buona colazione, Armin e io siamo saliti sul bus per il trasferimento a Bishkek.
I pullman erano tre in tutto, e tutte le biciclette venivano caricate su due camion — impilate in quattro strati. Aiuto!

Il viaggio lungo il lago Issyk-Kul sembrava non finire mai. E l’attesa del taxi a Bishkek è stata altrettanto interminabile.
Armin ne aveva chiamato uno tramite l’app Yandex Go, per portarci al nostro albergo — lo Smart Hotel, dove Hermann e io avremmo dovuto trascorrere due giornate tranquille insieme. L’app era probabilmente in tilt, con tre pullman pieni di persone e bagagli che cercavano un passaggio nello stesso momento.

In qualche modo sono riuscita a trascinare tutto — una pesante valigia per bici, un’ingombrante scatola di cartone, uno zaino grande e uno piccolo — dal taxi fino alla mia stanza.

È ormai sera quando finalmente riesco a partire per andare da Hermann.
Devo prima capire come funziona la nuova app — tutto è in russo. Per fortuna riesco a cambiare la lingua. So già che nei prossimi giorni la userò spesso.
Di solito funziona tutto alla perfezione: inserisci la destinazione, scegli la grandezza o la fascia di prezzo dell’auto, poi compare la targa del veicolo più vicino e posso seguire sulla mappa come si avvicina. Quando lo vedo arrivare, agito le braccia come una matta per farmi notare dal conducente.

Ma qual è esattamente la mia destinazione? Ho solo un indirizzo scritto in caratteri cirillici. Oggi nulla sembra facile…
Per fortuna alla reception mi aiutano. E anche quando la macchina passa oltre e io, pur avendo già pagato, resto senza taxi, la signora dell’hotel chiama l’autista e lo convince a tornare indietro. Al secondo tentativo mi trova.
È davvero difficile trovarsi in un paese straniero senza conoscere la lingua — nemmeno il traduttore automatico riesce sempre a cavarti d’impaccio.

Poi, il colpo successivo: scendo in mezzo a un cantiere. Dov’è l’ospedale?
Cammino lungo la facciata dell’edificio e prendo il primo ingresso che vedo. Chiamo Hermann: è nella stanza numero sei. I corridoi sono deserti; non c’è nessuno a cui chiedere. È domenica, e tutto sembra funzionare a ritmo ridotto. Finalmente compare un’infermiera — pantaloni e casacca lilla. Mi accompagna da mio marito.

Mi accoglie dal letto con un grande sorriso. Non me lo aspettavo.
Ci abbracciamo forte. Mi racconta di nuovo tutto, poi guardo intorno, perplessa. Hermann è ancora con i vestiti sporchi. Nessuno lo ha aiutato a tirare fuori un cambio pulito dallo zaino? Anche le mani — ancora sporche.
Nel corridoio c’è sì un bagno, ma senza sapone, senza carta igienica, senza asciugamani — neppure nella stanza. Tutto dà un’impressione un po’ provvisoria, impersonale.

Il giorno dopo scoprirò che qui è normale che ogni paziente abbia con sé un familiare che resti nella stessa stanza, con un letto e i pasti, incaricato di occuparsi di tutto ciò di cui il malato può aver bisogno.
Alla fine di questa esperienza, tornerò a casa come una vera e propria “infermiera ausiliaria”.

Più tardi, mentre torno in hotel, mille pensieri mi attraversano la mente.
Come deve sentirsi Hermann — solo, indifeso, abbandonato? Perché nessuno si prende cura di lui? E io non c’ero in quei primi due giorni!
Mi accompagna un leggero senso di colpa: io posso andarmene, lui invece deve restare.

Il giorno seguente lo passo interamente in ospedale.
Appena arrivo, noto subito che l’atmosfera è diversa: nei corridoi c’è un gran via vai.
Ah, è lunedì — il weekend è finito.


Conosco medici, infermiere, la cuoca e soprattutto Marina, che alloggia nella stanza accanto insieme alla madre, appena operata.

È stata lei a prendersi così bene cura di Hermann, quando non c’era nessun altro — una persona davvero gentile!
Mi racconta che, per caso, aveva sentito qualcuno parlare in tedesco al telefono; incuriosita, era andata a “fare visita”. È di Bishkek, ma sposata con un uomo di Francoforte, e vive ad Abu Dhabi.

Grazie, Marina, per esserti occupata di Hermann, per averlo aiutato con tutto ciò di cui aveva bisogno e per averci dato una mano con la comunicazione. Il tuo aiuto è stato preziosissimo in un momento così difficile — specialmente quando si trattava di questioni di denaro!

Marina ci conferma anche che abbiamo avuto fortuna a finire proprio qui: i medici di questa clinica sono davvero eccellenti nel campo della chirurgia protesica.

A quel punto era ormai chiaro che Hermann avrebbe potuto essere rimpatriato — ma non prima del 4 settembre, a causa di lentezze burocratiche.
Questo significava però che l’operazione doveva essere fatta qui, sul posto. Non si poteva più aspettare.
Ed è proprio lì che sono cominciati i veri problemi.

L’assicurazione avrebbe coperto le spese, sì — ma trasferire il denaro non era affatto semplice.
I pagamenti transfrontalieri tramite IBAN non erano possibili, e non potevamo prelevare così tanto contante.
Operazione sì, ma solo dopo il pagamento!

Con l’aiuto di Marina, dopo innumerevoli telefonate con l’assicurazione e grazie al sostegno instancabile di Katrin — che, da parte sua, ha mosso cielo e terra — le cose finalmente hanno iniziato a sbloccarsi.
L’intervento è stato fissato per martedì mattina.


Ci hanno mostrato la protesi: un modello americano standard, in titanio.
Dopo l’operazione, Hermann avrebbe dovuto passare una notte nel reparto di terapia intensiva.

La sera sono tornata in hotel. Il mio piano era chiaro:
la mattina seguente, dopo colazione, mi sarei trasferita in ospedale con tutti i nostri bagagli.
Aspettare in hotel durante l’intervento non aveva alcun senso.

Ho suscitato un po’ di confusione quando sono arrivata in ospedale con le mie grosse valigie — ma l’operazione è andata bene.
Mi hanno permesso di visitare subito Hermann in terapia intensiva, dove sarebbe rimasto sotto osservazione per la notte.
Il dottor Kazakov è arrivato con un contenitore di plastica, dentro un piccolo oggetto rotondo e rosso.
Ho scherzato: “Ah, ora capisco perché la zuppa dell’ospedale è sempre così buona…”

Ci hanno poi assegnato una stanza con bagno privato, e io l’ho sistemata come meglio potevo — con tutte le nostre cose, persino le due biciclette.
Ho iniziato a procurarmi tutto ciò che poteva rendere la vita un po’ più facile:
bottiglie d’acqua da cinque litri, frutta, verdura, biscotti, caffè solubile, marmellata, miele, yogurt, succhi e molto altro — tutto trasportato a piedi dal supermercato a due chilometri di distanza.
Per fortuna, Marina aveva già pensato a procurare asciugamani e sapone.
Come bacinella ho usato una bottiglia da dieci litri tagliata a metà.

Poco a poco, la nostra stanza ha iniziato a sembrare quasi accogliente.
Abbiamo trascorso lì otto giorni, seguendo sempre lo stesso tranquillo ritmo quotidiano:


svegliarsi, lavarsi con il bacile improvvisato, lavare i vestiti e stenderli ad asciugare sul portabici trasformato in stendino, fasciare le gambe di Hermann con le bende elastiche contro la trombosi, visita medica, poi colazione.
Dopo andavo a fare la spesa — due chilometri lungo una strada trafficata, e poi di nuovo indietro.
Pranzo, breve riposo, una passeggiata nel giardino universitario, un caffè (l’acqua calda la prendevo nella cucina dell’ospedale), visita serale, cena, poi il sonno.

La routine veniva interrotta solo di tanto in tanto — soprattutto per me.
Dovevo comprare le stampelle, e ho approfittato per una breve visita al bazar di Oš.
Ma non riuscivo davvero a godermela: i miei pensieri erano sempre con Hermann.
Poi ho cercato un’apteka, una farmacia, e infine un negozio MegaCom per rinnovare la scheda SIM kirghisa — che, naturalmente, non si trovava dove Google Maps la indicava.
Stress, solo stress.

Nei giorni successivi il mio volo con Pegasus è stato rimandato due volte, perché le informazioni sul rimpatrio di Hermann cambiavano continuamente.
E per quanto riguardava le nostre biciclette — potevo portarle entrambe con me?
Per esserne sicura, sono andata in un ufficio Pegasus in città, e con mio grande sollievo le impiegate sono state gentilissime.


Sono riuscite a ottenere un’eccezione speciale: avrei potuto imbarcare entrambe le biciclette.

In effetti, con Pegasus tutto è andato sorprendentemente liscio —
al contrario della mia esperienza caotica con Lufthansa e Brussels Airlines durante il viaggio in Ruanda, lo scorso febbraio.

Tutte le persone in ospedale erano gentili e disponibili.
Il dottor Iygilik Kazakov, il chirurgo che ha operato Hermann, non solo ha fatto un lavoro eccellente, ma è anche un pasticcere straordinario. La mattina dopo l’intervento ci ha portato due grandi fette di torta crumble per colazione. E quando ha notato che a un letto mancava la biancheria, è andato lui stesso a prenderla e ha rifatto il letto. Dove mai succederebbe una cosa del genere da noi?

Molto cara anche la cuoca: ogni mattina ci portava, a giorni alterni, semolino, porridge o riso al latte; a pranzo e a cena di solito un sostanzioso stufato di verdure con un po’ di carne oppure una generosa porzione di borsch, la zuppa di barbabietole e cavolo, dal gusto insolito ma delizioso.

I giorni scorrevano tranquilli. In un piccolo negozio vicino ho trovato un mazzo di carte da gioco – una piacevole distrazione.
Per il resto, accadeva poco. Dal secondo giorno, Hermann doveva alzarsi: prima con una specie di girello, poi con le stampelle che avevo comprato.

Al primo tentativo la circolazione gli ha giocato un brutto scherzo – dopo pochi passi ha perso conoscenza e si è accasciato tra le braccia mie e del dottor Nuraly Arzymatov. In seguito, però, tutto è andato bene.

Finalmente è arrivata la notizia tanto attesa: il volo di ritorno è confermato – 10 settembre.
Non serviva più l’aereo-ambulanza: per Hermann era stato riservato un posto in business class con Turkish Airlines.

Il dottor Pedro Morales Rivera è venuto il giorno prima per discutere tutti i dettagli, e all’una di notte Hermann è partito.

Marina mi aveva organizzato un taxi, e Mirbek è arrivato puntuale poco dopo mezzanotte davanti all’ospedale. Aveva l’istruzione di non andarsene finché non fossi passata dai controlli di sicurezza – che gentilezza! Gli sono stata davvero grata: con tutto quel bagaglio sarei stata persa senza aiuto. Anche al check-in è stato un sollievo avere qualcuno che parlasse russo.

A Monaco mi aspettava mia figlia Katrin, che lavora lì, e mi ha aiutata per il resto del viaggio.
E poi, finalmente: a casa.

Hermann è stato trasportato in ambulanza a Bressanone, dove è rimasto altre due notti ricoverato.
L’odissea era finita.

Ora, a circa otto settimane dall’incidente, Hermann sta facendo buoni progressi: cammina già con i bastoncini da sci e fa di nuovo brevi giri in bici – per ora con la e-bike.


Gli auguro con tutto il cuore di guarire completamente e di poter tornare presto a praticare, senza limiti, gli sport che ama così tanto.

Di cuore, grazie.

Desidero ringraziare con tutto il cuore tutte le persone che ci hanno sostenuto dopo l’incidente di Hermann durante la Silk Road Mountain Race in Kirghizistan – in modo particolare chi è stato al nostro fianco di persona.
Il vostro aiuto, la vostra presenza e la vostra vicinanza hanno significato tantissimo per noi. 💛

Un sincero grazie anche a tutti coloro che hanno pensato a noi o ci hanno scritto sui social. Spero davvero di non dimenticare nessuno. (Nomi elencati nell’ordine in cui compaiono nel video)

Katrin e Lukas Leitner (i nostri figli), il pastore sconosciuto e la sua famiglia, Greta e Alessandro, Armin Brunner, Nelson Trees, la famiglia e il team di Nelson,
Dr. Maxim Ten, Marina (un grazie davvero speciale!!!), Nikolai, Markus Brigl e Jos Voorbraak,

#orthopedics_endoprotez, Dr. Sovetbek Kumushbekovich Kazakov,
Dr. Iygilik Kazakov, Dr. Nuraly Arzymatov, l’équipe dell’ospedale, Dr. Pedro Morales Rivero (TAA), Mirbek, Tyrol Air Ambulance, Alpenverein Südtirol, Reparto di Ortopedia, Ospedale di Bressanone, Gislar Sulzenbacher, Christoph Hofer, Gerold Siller, Toni e Ralf Preindl, Hansjörg Jocher e Melitta Goller. 🙏